Due vele ammainate resistono immobili ad un mare nero increspato da pesanti cavalloni. Due vascelli alla deriva giacciono sotto un profondo cielo grigio, di una qualità però calda e rassicurante. Nessun sinistro presagio sembra profilarsi all’orizzonte. Solo un’atmosfera d’incredula sospensione, l’attesa eterna di un tempo rallentato all’inverosimile, interrotto, o forse bloccato per sempre, da un desiderio di dissolvenza, di abbandono languido ad una totalità antica dell’esistere che non conosce o ammette riserve. È così nel lungo pontile sulla destra di Vele nel porto (1923) di Carlo Carrà: una silhouette inaspettata, ma necessaria, che ritaglia nel dipinto uno spazio neutro, di cesura e sedimentazione delle istanze opposte e complementari della pittura del maestro. Da un lato la ferma volontà di sintesi, di riduzione all’osso di piani,
Vele nel porto è fra i più antichi e intensi oli di Carrà selezionati da Sergio Troisi e dal figlio dell’artista, Massimo, per la rassegna palermitana che Palazzo Ziino dedica ad uno dei protagonisti della pittura italiana fra le due guerre. Un artista che attraverso la pratica della pittura di paesaggio ha coerentemente sviluppato una personale e problematica adesione al Futurismo prima ed alla Metafisica poi, per approdare nei primi anni ’20, attraverso anche l’esperienza di Valori Plastici, al Novecento di Margherita Sarfatti. Attraverso evidentemente il filtro di una nuova sensibilità critica che, nel recupero della lezione dei primitivi italiani da Giotto a Piero della Francesca, scandiva i tempi ed i modi di un nuovo ordine formale, che prediligeva una stringatezza di contenuti e di scelte linguistiche dal sapore asciutto ed insieme ermeticamente eloquente.
Come critico d’arte per “Valori Plastici” e per “L’Ambrosiano” -ma si ricordi soprattutto la sua importante Parlata su Giotto su “La voce” del 1916- Carrà aveva del resto più volte espresso la sua predilezione per “le cose ordinarie che operano sul nostro animo in quella guisa così benefica che raggiunge le vette estreme dello spirito”.
davide lacagnina
mostra visitata il 18 novembre 2003
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