Centoventi bottiglie della bibita più bevuta al mondo si contorcono sulla nuda mensola dell’Enopolio di Poggibonsi. Sfilano in omaggio all’universo letterario di De Sade e all’interpretazione cinematografica pasoliniana delle sue 120 Giornate di Sodoma.
Colli annodati, allungati, segati; pance allargate, bucate, penetrate. E’ opera di Damián Ortega. Anzi, è l’opera di Damián Ortega, giovane artista messicano coinvolto nell’edizione 2002 di Arte all’Arte.
Il provocante sarcasmo di Ortega non si smentisce. Come sulle mensole dei nostri supermercati, anche qui domina la forza del marchio. Coke : una sicurezza per il consumatore. Un appiattimento qualitativo. Nell’installazione di Poggibonsi, l’artista si diverte a depauperare le bottiglie di tutto il loro potere comunicativo. Perdono riconoscibilità, si deformano e si trasformano. Diventano addirittura belle: nella limpidezza del materiale, nelle rotondità delle forme, nelle interazioni tra i singoli pezzi. E’ la sapienza degli artigiani del cristallo della zona ad averle forgiate, in un autentico cortocircuito tra “global” e “local”. Finalmente. Un intervento minimo e fragile si carica di una sferzante portata politica.
Il colonialismo economico – culturale di stampo americano è del resto sempre nel mirino, per Damián. Il suo fare artistico non è fine a se stesso, ma una voce nel contesto internazionale. Basti pensare al suo
Ortega non è un attardato imitatore del “Pop” anni Sessanta. Si muove sulle orme dell’attivismo di Diego Rivera o Frida Kahlo , sui impegnati ed illustri connazionali. Con la coscienza, però, di un avvenuto cambiamento linguistico e di contenuti. Ortega individua oggi nuovi obiettivi da combattere. La sua arma efficace: cambiare i connotati al logo vincente. Con corrosiva ironia.
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A giudicare dalle foto, sicuramente più bella ed evocativa la bottiglia originale,non credo che andrò a vedere queste schifezze.