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A Roma, una nuova fondazione per l’arte. Stephanie Fazio ci racconta i primi passi di Smart

di - 19 Febbraio 2019
SmART, polo per l’arte attivo a Roma da cinque anni, rilancia il suo impegno a farsi ponte verso il contemporaneo e annuncia la sua trasformazione da Associazione culturale a Fondazione. Un’occasione per un’intervista a 360 gradi con Stephanie Fazio, direttore dello spazio espositivo della neonata fondazione.
smART-polo per l’arte si è trasformata da Associazione culturale a Fondazione. Come mai questa scelta?
«Il passaggio a Fondazione nasce come risposta all’esigenza di fare un passo ulteriore, ci proietta simbolicamente in una prospettiva a lungo termine e ci dota di un’identità più forte e stabile. Questa nuova veste ci rappresenta in modo più adeguato per quello che siamo: un ente no-profit che vuole promuovere la cultura dell’arte contemporanea, sostenere il lavoro artistico e sollecitare il dialogo, non solo con gli addetti al settore, ma anche con persone curiose e appassionate. Essere Fondazione ci dà, inoltre, uno status più adeguato a facilitare il rapporto con le istituzioni pubbliche e private. Proseguiremo col nostro proposito di essere “polo per l’arte”, un luogo d’incontro e di scambio, di ricerca e di formazione, radicato nella comunità artistica contemporanea».
A breve nominerete anche un comitato scientifico che affiancherà il vostro team interno. Ci potete dare qualche anticipazione su nomi o, almeno, sugli ambiti di provenienza dei futuri membri del comitato?
«Siamo interessati ad ascoltare e confrontarci con diversi attori del sistema dell’arte che possano trasmetterci le loro esperienze e riportarci l’eco di tante diverse iniziative a cui hanno l’occasione di partecipare in vari contesti italiani e stranieri. Il comitato comprenderà due curatori, Ilaria Gianni e Saverio Verini, un critico d’arte con specifica esperienza nel campo della didattica, Pietro Gaglianò e un artista che ha già collaborato con noi, Roberto Fassone, per il quale abbiamo una predilezione, professionale e umana. Da loro ci aspettiamo un contributo sia sul piano dell’approfondimento che del dialogo divulgativo».
Qual è il bilancio dei primi cinque anni di attività?
«A valle di un’esperienza molto impegnativa e di crescita di ciascuna di noi, il bilancio è stato positivo. I primi 5 anni di attività sono stati molto densi, sotto vari aspetti. Abbiamo prodotto e realizzato dieci mostre, tra personali e collettive, progetti inediti con un focus sugli artisti italiani emergenti. Ci siamo rivolti alle diverse forme espressive della contemporaneità, con un’attenzione speciale alla sperimentazione che proponesse una riflessione su questioni significative del vivere nel complesso mondo di oggi. Abbiamo incontrato diversi artisti: limitandoci ai tempi più recenti c’è stato Namsal Siedlecki, che ha portato, con la sua prima personale a Roma – “White Paper”, a cura di Saverio Verini – un progetto sulle cripto-valute. Prima di lui Carola Bonfili, con “3412 Kafka”, a cura di Ilaria Gianni, che ci ha proposto un percorso articolato in più momenti: a partire da un’esperienza di laboratorio didattico con i bambini che frequentavano smART, ha poi realizzato delle installazioni scultoree e un video di realtà virtuale accompagnato da un progetto sonoro di Francesco Fonassi. Un’evoluzione dello stesso progetto è attualmente in mostra al MAXXI nella collettiva “Low Form. Immaginari e visioni nell’era dell’intelligenza artificiale”. Nel 2017 con “Prospettiva di una Matrioska”, a cura di Marcello Smarrelli, Valerio Nicolai ha esposto una produzione d’installazioni di “pittura tridimensionale”, concepita durante un periodo di residenza nei nostri spazi. Prima ancora c’è stata una doppia personale di Filippo Berta e Calixto Ramìrez, con un progetto di performance intitolato “Una sola moltitudine”, sempre a cura di Saverio Verini. Durante queste permanenze, e anche nel corso della mostra, abbiamo avuto modo di trascorrere con loro diverso tempo e di organizzare alcune occasioni di dialogo col nostro pubblico. Le nostre mostre sono, infatti, sempre accompagnate da un programma di incontri culturali e di laboratori didattici. Una parte di rilievo, a mio parere, l’hanno svolta gli appuntamenti culturali, in particolare due iniziative: Il Novecento in dieci opere, a cura di Davide Ferri, incontri nati con l’intento di raccontare dieci opere del secolo scorso e riflettere, insieme a ospiti sempre diversi, su alcuni aspetti dell’arte di oggi; Tirate sul curatore, una serie di appuntamenti di approfondimento sul ruolo del curatore, a cura di Saverio Verini. Anche la didattica ha avuto un ruolo importante, abbiamo organizzato corsi e workshop spesso legati al lavoro degli artisti in mostra e realizzato progetti rivolti alle scuole, alle Accademie e agli Istituti d’arte. Sono stati inoltre avviati progetti per l’alternanza scuola lavoro e ci proponiamo d’intensificare i progetti formativi per gli insegnanti sensibili all’educazione all’arte».
Siete ormai una fondazione che si aggiunge al novero di numerose altre sempre rivolte all’arte aperte solo negli ultimi mesi a Roma. Qual è secondo te lo stato di salute dell’arte e della cultura a Roma? Cosa vuol dire essere oggi operatori culturali a Roma?
«Faccio fatica a identificarmi col ruolo di operatore culturale. Vorrei dire che le scelte politiche fatte nella città di Roma hanno avuto un certo peso. Rispetto al primo periodo che ho trascorso qui, i primi anni del 2000, la situazione istituzionale è molto cambiata; a me pare che ci sia meno impulso, meno attenzione in generale alla cultura e di conseguenza l’arte contemporanea è piuttosto penalizzata. Roma rimane però un riferimento grazie alla sua storia del secondo ’900 e alla presenza di gallerie importanti e di Fondazioni. Direi che anche la presenza di nuovi direttori al Maxxi e alla Galleria Nazionale, ha portato linfa vitale, oggi sono diventati musei molto attivi e frequentati. È uno scenario nel quale non è facile muoversi, ma che ci stimola a dare il nostro contributo, cercando con autentico interesse di promuovere l’arte».
Progetti futuri?
«Proseguiamo con l’idea di esplorare i vari linguaggi del contemporaneo. La mostra “Monowe (the residence, the lodge, the shelter)”, prima personale a Roma di Ludovica Carbotta, a cura di Ilaria Gianni, è stata appena inaugurata e sarà visibile fino al prossimo luglio. Sarà accompagnata da una performance, da un talk e da iniziative collaterali della didattica. Nei prossimi mesi proporremo una nuova edizione di Tirate sul curatore. Sono in progetto alcune iniziative che vedranno la parte educativa interfacciarsi in modo più strutturato con le iniziative espositive e culturali, in sintonia con la nuova programmazione. Infine, ci sarà la consueta mostra autunnale, ve ne daremo notizia!». (Cesare Biasini Selvaggi)
In home: Pimp my toys a cura di Valerio Nicolai e Thomas Braida, Laboratori Artisti in erba ed. 2017

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