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Addio a Marisa Merz, voce raffinata e femminile dell’Arte Povera

di - 20 Luglio 2019
È scomparsa ieri sera, all’età di 93 anni, Marisa Merz, tra le più importanti artiste italiane del Novecento, riconosciuta a livello internazionale e unica donna del movimento dell’Arte Povera. Moglie di Mario Merz, che conobbe e sposò negli anni ’50, madre di Beatrice, presidente della Fondazione Merz, le sue opere sono state esposte nei musei più importanti del mondo, come lo Stedelijk di Amsterdam, il Ludwig di Colonia, il Pompidou di Parigi, il Metropolitan di New York, il Madre di Napoli e il Castello di Rivoli di Torino.
Nel capoluogo piemontese Marisa Merz nacque, nel 1926, e vi trascorse la sua vita, traendo ispirazione anche per il lavoro. L’esordio negli anni ’60, alla storica galleria Sperone, quindi all’Attico, a Roma, con le sue opere pienamente ascrivibili alla ricerca poverista, reinterpretata, però, attraverso una raffinata poetica della tradizione artigianale, più che industriale, evitando certi freddi intellettualismi della corrente minimale.
Nel 1968, in occasione della collettiva Arte Povera + Azioni Povere, curata da Germano Celant agli Arsenali  di Amalfi con Marcello e Lia Rumma, Marisa Merz espose una serie di coperte arrotolate e imballate con filo di rame o scotch. Tra gli anni ’70 e gli ’80 il periodo di massima attività, con un decisivo passaggio verso la dimensione ambientale.
Nel 1972 la partecipazione alla Biennale di Venezia, dove sarebbe tornata anche nel 1980. Nel 1982 partecipò alla settima Documenta, a Kassel, curata da Rudi Fuchs, una edizione memorabile, con le 7000 querce di Joseph Beuys.
Nel 2013, la Biennale di Venezia le ha conferito il Leone d’Oro alla carriera, mentre tra il 2017 e il 2018, realizzò una grande mostra itinerante, inaugurata al Metropolitan Museum di New York e poi proseguita all’Hammer Museum di Los Angeles, al Serralves Museum of Contemporary Art di Porto e al Museum der Moderne di Salisburgo.

In alto: Marisa Merz wearing her scarpette, L’Attico Gallery, Rome, 1975. © Claudio Abate/ Archivio Abate

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