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Al Museo Nazionale di Ravenna, una mostra racconta la resistenza dell’artista come homo faber

di - 28 Marzo 2019
Con la sapienza antica dell’artigiano, anche l’artista contemporaneo, spesso deriso per la sua presunta mancanza di talento manuale, si è cimentato in esperienze artistiche inedite e fuori dal suo campo d’azione. Per provarsi in altri linguaggi visivi o formali, il confronto da attivare non può non andare oltre lo stile consueto o il materiale tradizionale e, nello specifico, l’artista in quanto tale non può non sperimentare tipologie di supporto che non vadano al di là delle grandi dimensioni o del piccolo formato.
Si tratta, in fondo, di sfidare l’ignoto, indagare l’insondato. Questo è quanto mai vero quando la prova è quella del fuoco, se è il marmo a essere levigato, come fa Gigi Guadagnucci, o è l’argento a essere cesellato, come fa Igor Mitoraj. L’artista, vero homo faber come di ritorno dalla preistoria, «Impasta la duttile argilla trasformandola con il calore del fuoco, usa mirabilmente le canne da soffio per ottenere forme vitree, e si serve della chimica per produrre nuovi composti derivati dal petrolio». Lo sostiene Laura Felici nel catalogo della mostra “Il mestiere delle arti, Seduzione e bellezza nella contemporaneità. Da Mitoraj a Vangi da Theimer a Staccioli”, in corso al Museo Nazionale di Ravenna. A cura di Emanuela Fiori, con un comitato scientifico e allestitivo composto tra gli altri, da Claudio Spadoni, Fabio De Chirico e Serena Ciliani, l’esposizione di opere, pur limitata nelle anguste sale del museo dedicate al contemporaneo, se è vero che costituisce una delle tante proposte dell’antico messo in confronto con i linguaggi dell’arte attuale, resta un’operazione più audace di tante altre, mettendo a fuoco i lavori inediti di orefici, pittori, ceramisti e scultori, non solo celebri come Pistoletto, Manzù o Paolini ma anche di meno noti, come Paolo Marcolongo, Giovanni Corvaja, Paola Staccioli.
È tutto un mondo sommerso di arti erroneamente considerate minori che abbiamo modo di apprezzare. Lungo le ariose sale del Museo Nazionale, tra esemplari unici come le transenne marmoree e i capitelli di San Michele, si dipana tutta la storia della città e, fino al 26 maggio, la collezione si impreziosisce ancora di più, con chincaglierie, legni intagliati, gioielli vari e forme costruite in refrattario e terrecotte. Tutti manufatti da cui emerge un’unica cosa: la purezza di una pratica di resistenza, il lavoro lento e ricercato dell’arte che distingue «Il tempo della prassi da quello dell’invenzione». (Anna de Fazio Siciliano)
In home: Daniela Banci, Anello Fiamma
In alto: Luigi Ontani, Ecce Homo d’apreès G. Reni

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