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Al Teatro Massimo di Palermo, la Turandot in multicolor che non ha paura delle sfide

di - 18 Gennaio 2019
Come in un gioco di scatole cinesi, nella Turandot di Giacomo Puccini – che apre la stagione del Teatro Massimo di Palermo – musica, arti visive e scenografie sono insieme elementi di una narrazione che appare pienamente consapevole delle proprie scelte. Dal 19 al 27 gennaio, Turandot di Giacomo Puccini, con la direzione di Gabriele Ferro e la regia di Fabio Cherstich, mette in scena una versione coraggiosa e visionaria in una città fertile alla sperimentazione e in cui il lascito di Manifesta 12 ha amplificato una sana curiosità per il contemporaneo.
Cherstich, regista e autore del dispositivo concettuale insieme ai videoartisti russi AES+F, propone una lettura non tradizionale dell’opera e per questo invece capace di creare stimoli sensoriali ed emotivi inaspettati, un’interpretazione in cui l’immagine ha un ruolo fondamentale, capace di “poggiare” sulla musica delle visioni. Il tempo dell’opera è trasferito nel futuro, ampliando i confini fisici e concettuali, in cui il passato è il nostro presente e dove un cyber matriarcato radicale contrasta il potere maschile, colpevole di comportamenti miserabili e bisognoso di essere riabilitato. Nascono storie in multicolor, popolate da figure umane e umanoidi che vivono un’architettura stravagante e brulicante di vita, in cui il palazzo reale ha la forma di un drago rosa e il paesaggio urbano è animato da proiezioni ologrammi degli stati d’animo dei personaggi protagonisti dell’opera.
Nelle parole di Cherstich: «Ci sono molti elementi da unire e comporre per lo spettacolo e il collante è la fantasia visionaria di AES+F che firmano tutta la parte visiva, non a caso. Il mio compito non è solo mettere in scena Puccini e la Turandot ma anche AES+F. Loro che sono degli artisti visivi e non degli scenografi o dei costumisti canonici riescono sempre a togliermi ogni certezza sul come si dovrebbe fare “perchè il teatro si fa così”. Per loro è tutto nuovo e quindi puro. Sono liberi insomma. Per me è spiazzante e stimolante ascoltarli e provare insieme a capire come fare. E’ un altro sguardo il loro che inevitabilmente modifica il mio. E’ un punto di vista da visitatori del teatro».
L’intento ma anche la cosa più preziosa, concordando con il regista, è la capacità di mettere in crisi le certezze per attivare nuovi sguardi sulle cose. Affidare a un collettivo di artisti contemporanei la costruzione dell’impalcatura visiva, significa non avere paura di dire qualcosa di più e di diverso in un ambito in cui la resistenza per la sperimentazione è molto spesso in agguato. Eppure la libertà intellettuale e autoriale sono sempre un valore aggiunto, soprattutto quando appare come ora più che mai necessario, non avere timore dei cambiamenti e delle differenze che contraddistinguono le culture, le idee e le molteplici visoni del mondo.
In chiusura una menzione speciale all’omaggio reso alla città di Palermo con la cascata di petali di rose che uscendo dalla pancia del drago inondano ogni cosa, evocando tra le righe, l’amata Rosalia e con essa la sua stessa identità. (Agata Polizzi)

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