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Alla San Fedele di Milano, la Via Dolorosa di Mimmo Paladino, in dialogo con Lucio Fontana

di - 20 Febbraio 2019
In preparazione alla Pasqua 2019, a partire dall’inaugurazione di mercoledì, 13 febbraio, la Galleria San Fedele di Milano e il Centro Pastorale “Carlo Maria Martini” dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca, in collaborazione con il Museo San Fedele. Itinerari di arte e fede e con la partecipazione della Fondazione Carlo Maria Martini, presentano il ciclo Via Crucis, di Mimmo Paladino.
Il ciclo delle 14 formelle di ceramica invetriata – esposto con il titolo “La Via Dolorosa di Mimmo Paladino” fino al 28 marzo, presso la Galleria San Fedele di Milano – è stato realizzato nel 2015 per la cappella universitaria del Centro Pastorale “Carlo Maria Martini” dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca ed è di proprietà della Fondazione La Vincenziana. La mostra è a cura di Andrea Dall’Asta SJ, direttore della Galleria San Fedele, e di Raffaele Mantegazza, docente di Scienze Umane e Pedagogiche presso l’Università degli studi di Milano-Bicocca.
Il rivestimento delle formelle in foglia d’oro zecchino fa da sfondo a segni semplici ed essenziali – dipinti con tocco rapido e veloce di colore nero – che richiamano una dimensione sospesa, capace di parlare all’uomo contemporaneo. Per il visitatore, un inedito confronto potrà essere infine stabilito nella cripta della chiesa di San Fedele tra l’opera di Mimmo Paladino e la splendida Via Crucis di Lucio Fontana (del 1957), composta a sua volta da 14 formelle ovali di terracotta con rialzi di colore.
Raffaele Mantegazza – autore, con Mimmo Paladino, della pubblicazione intitolata “Via Crucis”, dedicata all’opera – e Andrea Dall’Asta SJ, nella sua prefazione, rileggono la “Via dolorosa” di Mimmo Paladino attraverso la chiave del dolore inflitto dall’uomo all’uomo salvato solo dall’offerta di Cristo in croce.
«È come se Paladino ci dicesse che il cammino di quell’uomo non si staglia sulle tenebre della morte, sull’orizzonte del non senso, di una sofferenza senza redenzione, ma emerge alla luce della gloria, della risurrezione, se è vero che la tonalità dell’oro è segno della presenza del divino, della grazia che irrompe qui e ora nella contingenza della storia, dell’abbraccio luminoso di un Padre che ci attende», ci spiega Dall’Asta.
Attraverso rappresentazioni di scene «Sobrie ed essenziali, costruite attraverso semplici dettagli di volti, di croci, di mani o di rami, di ombre inafferrabili di presenze umane, Paladino fa riferimento a un mondo mitico-simbolico che affonda le proprie radici alle origini della storia, riconducendoci a una realtà primordiale, antica e arcana, invitandoci a percorrere un cammino a ritroso nel tempo. Con grande vigore formale e cromatico, ogni formella rimanda a un’archeologia della memoria, a un mondo costituito di tracce e di simboli ancestrali. L’artista interpella il passato, perché possa rivelare oggi il senso della vita».
Al contrario della tradizionale “Via Crucis”, qui Mimmo Paladino «non elabora un racconto lineare secondo la consueta logica razionale narrativa. L’immagine non rappresenta, non mette in scena la mimesi delle azioni degli uomini, ma ha una portata esploratoria, che indaga e svela il legame dell’uomo con il sacro. Paladino non descrive né tantomeno illustra. È come se il segno pittorico avesse la capacità di accogliere quella forza e quella potenza espressive, quel so o vitale, in grado di animare da dentro il significato di ogni singolo episodio». Per concludere, «Come invocazioni silenziose, ogni scena s’interroga sul mistero. Questo mistero è Cristo, il cui sacrificio d’amore si prolunga nel riscatto delle sofferenze di ogni uomo». (Michela Beatrice Ferri)
In home e in alto: foto di Nicole Bergamaschi

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