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Arte contemporanea in dialogo con la storia del territorio: il caso di Palazzo Collicola

di - 24 Luglio 2019
Recentemente ho visitato La Galleria d’Arte Moderna di Spoleto a Palazzo Collicola intitolata a Giovanni Carandente, la cui collezione e biblioteca sono il cuore. Di là dalle polemiche sui murales, che la nuova direzione ha giustamente ridimensionato, le sale della galleria sono state organizzate secondo una nuova logica espositiva, rispettosa delle testimonianze lasciate dagli artisti che hanno frequentato la cittadina umbra, richiamati dal Festival dei Due Mondi, a cominciare dall’americana Beverly Pepper.
Questa cittadina, sovrastata dalla trecentesca Rocca Albornoz nonostante i terremoti – tellurico, anni addietro, e politico in tempi più recenti – conserva il suo fascino e lo rinnova, mostrandosi capace di accogliere l’arte contemporanea. La mostra “Hypermeasures” di Loris Cecchini e quella dei sorprendenti “Mormorimarmorei”, sculture di Bruno Ceccobelli, sono esposizioni ben distribuite negli spazi del museo e intelligentemente allestite. Nelle sale settecentesche del palazzo, questi episodi plastici dialogano con soffitti, pareti e arredi fortemente connotati dalla decorazione settecentesca.
Le sculture in pietra di Bruno Ceccobelli, per esempio, sono state collocate su delle casse per il trasporto lapideo come se la loro forma avesse lasciato sia la dimora eterna della pietra, sia quella relativa dello studio dell’artista. Waterbones, l’air frottage di Cecchini è invece stato installato in modo da creare un continuum coerente con racemi e girali dipinti sui muri o germinati dal mobilio del piano nobile, una sorta di ramificazione osmotica di luce.
Il Palazzo così ha ritrovato la sua duplice funzione di luogo di conservazione e di progettazione culturale, una funzione riattivata dal direttore Marco Tonelli, basata sull’armonia tra queste due vocazioni. Quando si attraversa, per esempio, l’ala del palazzo dedicata a Leoncillo Leonardi, l’itinerario inizia con un periodo scarsamente noto dell’arista pre-informale così da disorientarlo nelle aspettative. Da un lato, infatti, Tonelli ha tenuto conto di una degna sistemazione del lascito di Carandente, ravvisabile nella modalità d’esposizione per tematiche coerenti, dall’altro ha considerato il legame con la parte documentaria conservata nell’archivio, che va dalla corrispondenza tra storico dell’arte e artisti sino alle fasi del Premio Spoleto, leggibili in una dettagliata cronologia dove si può notare l’avvicendarsi di storici, critici d’arte e di artisti così da capire il cambiamento dei tempi e degli stili, dall’Informale all’arte Povera, passando dalle neo avanguardie romane sino all’arte concettuale.
Di particolare interesse è la parte dedicata alle fotografie scattate da Ugo Mulas, fondamentali documenti visivi che restituiscono l’atmosfera effervescente di un tempo. Guardando quella documentazione è inevitabile ritornare ai tempi del festival menottiano e a quel precoce esperimento del 1962 che fu Sculture nella città, antenato della Volpaia di Pistoia, della Maglione di Corgnati o di Arte all’Arte.
Inoltre, vedere le linee del volto di Carandente in un sorprendente ritratto di fil di ferro di Alexander Calder significa scoprire una complicità tra critici e artisti oggi rara. Ammirare poi il Wall Drawning 951 di Sol Le Witt, che a Spoleto ha vissuto le lasciato opere importanti, o i grandi cerchi metallici di Richard Serra, fa riflettere sull’importanza che oggi hanno queste realtà museali lontane dai grandi centri e gestite nel rispetto del legame con il territorio di cui, alla fine, sono poli culturali.
Un’importanza che cresce, quando in questi luoghi s’intravede la possibilità di realizzare un laboratorio dove la ricerca contemporanea considera le soluzioni proposte in passato non come un blocco nostalgico, ma, di converso, nella complessità dei linguaggi attuali. (Marcello Carriero)
In alto: Cecchini, Waterbones air frottage

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