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Arte pubblica, street art, urban art. Qual è la vera identità? Se ne discute al Macro, partendo ancora una volta dal “caso Marulla” di Cosenza

di - 4 Novembre 2015
Il caso era scoppiato lo scorso agosto ma le conseguenze non si potevano ancora prevedere. A margine della sollevazione cittadina (ma anche dei critici) il murale di Marulla e di Cosenza torna dopo mesi a far parlare. Le riflessioni scaturite dai numerosi interventi, assolutamente paradigmatici, raccontano qualcosa di più: è l’effetto boomerang e succede al Macro.
Sulla legittimità della libertà dell’artista se ne discute da sempre. Se poi lo stesso artista non accetta compromessi di nessuna sorta se ne può riparlare. Si racconta infatti Flavio Favelli, che confessa di avere inizialmente presentato un altro progetto per la città calabrese, ma poi succede quello che succede e l’amato calciatore Marulla è solo un ricordo. Così Favelli inventa il murale di “Marulla che non c’è”.
Lungi dall’essere celebrativa, la potenza espressiva dell’opera tocca un tema caro a tutta la storia dell’arte, accendendo oggi una discussione su questi interrogativi: quanto un’opera d’arte è connessa o sganciata dal suo territorio? Che tipo di rapporto si deve instaurare se si tratta di public art? E soprattutto cos’è l’arte? Quali sono i suoi valori nel mondo contemporaneo? Temi scottanti che da sempre accendono gli animi dei salotti dell’arte. Però ieri al Macro è accaduto qualcosa di nuovo. Una pluralità dissonante di voci ha dialogato intorno a una vicenda emblematica, innescata dal “gran rifiuto” di Favelli ad assecondare il gusto degli altri. Per un certo tipo di cultura calabrese e non solo quella che ha origini nella Magna Grecia ma anche quella della sovrabbondanza, dell’eccessiva generosità in ordine di quantità dei suoi menù per esempio, l’operazione artistica di Favelli che agisce per sottrazione, l’assenza del giocatore o del numero della maglietta non poteva essere compresa. Lo deve essere per forza? Questo il nocciolo della questione. Ad intervenire, dopo Favelli ci sono Lucamaleonte, Simone Pallotta (Sanba), Lorenzo Canova, David Vecchiato, Giuliano Maroccini. Rinforzando il tema, nel quartiere San Basilio a Roma, racconta Pallotta, «L’arte è sempre pubblica perché ha ricadute immediate sul sociale anzi vuole averle per ‘regolamento’». C’è però da chiedersi, suggerisce, di fronte al proliferare eccessiva di street art, quali siano interventi artistici di qualità. Non basta accettare un murale perché sia arte pubblica. Di fronte a questo punto, il più delle volte, nessuno degli addetti ai lavori storce il naso, come invece è successo per Favelli a Cosenza. Incalzando Pallotta rende evidente come quella stessa vicinanza tanto discussa tra le due opere, Favelli senza Marulla, Lucamaleonte con, ha creato un crash visivo (foto in home page): «Sembra un calciatore uscito da una figurina Panini».
La discussione si sposta poi su qualcosa che finora nessuno aveva fatto, cioè discutere sulla terminologia, sulle differenze nominali tra street art e arte pubblica o urbana e muralismo. Mettendo in discussione, quindi, non tanto quali e quante siano le divergenze, ma facendo il punto piuttosto su quanto questo caso abbia sollevato un polverone niente affatto inutile. Fino a che l’arte parla nei soliti canali istituzionali (musei, gallerie) insomma, non innesca certi processi che sembra avvengano soprattutto in luoghi più pop. Lavorando a partire “dal basso” fuori dal perimetro museale si possono quindi sviluppare nuove dinamiche artistiche che poi vengono sviscerate in musei come al Macro. Spazio ai curatori più giovani. David Vecchiato, «Col progetto MURo (Museum Urban Art Roma) del Quadraro, si mira a intuire e rispettare lo spirito del luogo». E nello specifico di Cosenza, si difende l’intenzionalità dell’artista nell’operare anche scelte impopolari. L’arte non può essere impositiva ma indubbiamente è l’opera che può rimetterci. Se non incontra il gusto dei più, può anche essere rimossa. Soprattutto se c’è in gioco la politica. Ed è quello che è successo qualche giorno fa al Quadraro: è stata levata una bella cassetta dell’Acea dipinta, importante, per altro, per gli equilibri interni di un quartiere periferico come questo. Arrivano dal Sud gli Scap acronimo di “Sud colorato a pezzi”. Il murale di Luis Gomez ha invece ridato sacralità a un luogo, che da spazio commemorativo di una vittima del fascismo (Di Vagno) era diventato il gabinetto pubblico di Corato (Bari). Perciò si può parlare di riqualificazione urbana che parte, ancora una volta, dal basso e dai giovani. In generale il martedì critico di Dambruoso se da una parte chiude la prima serie al Macro, dall’altra apre un dibattito sostanziale e probabilmente innovativo nella produzione di riflessioni che ha generato. L’Arte pubblica è diversa da quella dei musei? È sempre corretto parlare di arte che riqualifica uno spazio urbano? Quando davvero riesce a farlo? Non siamo per caso anche soggetti a un “inquinamento visivo”? (Anna de Fazio Siciliano)

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