The Dreamer. Photo credits: Adriano Mura Courtesy: Fondazione Querini Stampalia, Venezia
Un cavallo in resina si materializza, come un’epifania, nel cuore pulsante di uno dei palazzi più prestigiosi di Venezia: è una sentinella silenziosa, mansueta, che osserva con grazia chi attraversa lo spazio in questione. A poche sale di distanza, una grossa scimmia si accovaccia accanto a un letto nuziale, una vergine viene incoronata e sottili lenzuoli bianchi coprono preziosi lampadari in vetro. È un setting surreale, onirico, quello che si sviluppa negli spazi della Fondazione Querini Stampalia, a Venezia in occasione di The Dreamer: spazi di viscontiana memoria che si sussegguono senza subire la dittatura del tempo, ma mescolando capolavori del Rinascimento a opere contemporanee in un montaggio serrato.
Il “dreamer”, il sognatore in questione è Giovanni Querini: l’ultimo erede di una delle casate più illustri di Venezia che decide, con un atto di ribellione aristocratica e illuminata, di destinare alla collettività l’intero patrimonio di famiglia. Celibe, lunatico, studioso brillante e spirito profondamente libero, Giovanni scelse di non lasciare eredi biologici per trasformare il suo palazzo in un’eredità universale, una biblioteca e una pinacoteca aperte “quando le altre sono chiuse”. È da qui che comincia la storia di Fondazione Querini Stampalia, che oggi celebra quel gesto e quella figura con un riallestimento della collezione permanente e una mostra, con progetto e direzione artistica di Cristiana Collu.
Ne risulta una sorta di macchina temporale, dove capolavori come la Presentazione di Gesù al Tempio di Giovanni Bellini e il San Sebastiano di Luca Giordano entrano in dialogo con il lavoro di sei artisti contemporanei e con colte citazioni cinematografiche. Tra questi: gli Oracoli di Giusy Calia che trasformano la Fondazione in un luogo legato al rituale e allo spirito e gli Specchi di Silvia Giambrone, che trasformano la superficie riflettente in dispositivo critico e identitario.
Questo accumulo di significati e questo collasso temporale si fanno particolarmente significativi negli spazi della Querini, dove, nel corso degli anni, si sono stratificati interventi architettonici e artistici tra i più disparati: da Carlo Scarpa a Mario Botta; da Joseph Kosuth a Michele de Lucchi.
Ora, questa transdisciplinarità e questi diversi approcci prendono forma concreta con The Dreamer, dove il visitatore non occupa mai una posizione stabile, diventando parte integrante di un’esperienza che coinvolge tutti i sensi. I preziosi tessuti di Bevilacqua, Fortuny e Rubelli avvolgono gli ambienti, modificando la percezione tattile e acustica delle sale, mentre le fragranze studiate da The Merchant of Venice contribuiscono a costruire una “geografia sensibile”.
Il lavoro di Emanuele Becheri traduce la forza dell’acqua in visioni pittoriche, mentre la “presenza perturbante” del cavallo di Davide Rivalta rompe la solennità storica con la forza dell’alterità animale. Ancora, il gesto delle mani nelle opere di Daniela De Lorenzo suggerisce una dimensione di cura e resilienza, e le installazioni di Chiara Bettazzi espongono il processo creativo nel momento stesso della sua necessità.
In definitiva, attraverso il dialogo tra la collezione storica e la ricerca contemporanea, la Fondazione Querini Stampalia ribadisce la propria natura di organismo culturale in mutamento. Il progetto non si limita a esporre il patrimonio, ma lo utilizza come materiale di costruzione per una riflessione più ampia sul ruolo del museo oggi: non più deposito di oggetti, ma spazio di produzione di senso, dove la visione del fondatore continua a operare come matrice per nuove forme di indagine critica e percettiva.
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