Installation view of RAGE BAIT by Eva & Franco Mattes presented by Autotelic Foundation. Photo by Melania Dalle Grave for DSL Studio
Dopo oltre vent’anni di produzione artistica, il duo italiano Eva & Franco Mattes non ha certo bisogno di presentazioni. Eppure, proprio dalle presentazioni inizieremo: aiutano sempre, specialmente quando ci troviamo di fronte a una ricerca così densa e mutevole, soggetta e partecipe ai cambiamenti tecnologici del nostro tempo.
Tra i pionieri assoluti della Net.art alla fine degli anni Novanta (quando agivano sotto lo pseudonimo di 0100101110101101.org), i Mattes hanno fondato la loro intera carriera sulla manipolazione dei codici della rete, sul plagio come pratica critica (storici i loro cloni dei siti del Vaticano o di Art Basel) e sulla diffusione di veri e propri virus informatici trasformati in sculture (come Biennale.py nel 2001). Una tappa fondamentale di questa genealogia risale poi al 2007, quando il duo ha iniziato a colonizzare l’universo di Second Life: in questo mondo virtuale multi-utente, i Mattes hanno messo in atto una serie di storici re-enactment di performance radicali degli anni Settanta, come Seedbed di Vito Acconci, Shoot di Chris Burden e Imponderabilia di Marina Abramović. Un’operazione pionieristica che, già vent’anni fa, spingeva lo spettatore a ridefinire lo statuto antropologico dell’avatar non come simulacro inerte, ma come entità capace di agire dinamiche violente e sessualizzate.
Nel corso del tempo, la loro ricerca si è spostata dal software puro alla dimensione installativa, tracciando la transizione dall’utopia democratica del primo web all’attuale distopia delle piattaforme capitalistiche. I Mattes analizzano così i “punti ciechi” della vita in rete, esplorando la frizione costante tra la superficie patinata dei contenuti online e i risvolti etici oscuri che si celano dietro i nostri monitor.
E così giungiamo a oggi: alla mostra RAGE BAIT che, letteralmente, invade gli spazi del quattrocentesco Palazzo Franchetti, a Venezia. L’esposizione, presentata da Autotelic Foundation e curata da Nadim Samman e Luisa Haustein, presenta due nuove installazioni di Eva & Franco Mattes, a cui si va idealmente a sommare un terzo progetto, allestito sulla vicina isola della Giudecca. Usando il pretesto del cosiddetto “rage bait” (l’esca progettata sui social per generare indignazione istintiva e monetizzabile) i due dimostrano come l’infrastruttura tecnologica stia ridisegnando i confini stessi dell’identità e della vulnerabilità umana.
La sopra-citata attitudine al sabotaggio del duo si traduce qui, in primis, in una sorta di “banalizzazione architettonica” dello spazio storico. I saloni vengono invasi da un’infrastruttura industriale di componenti prefabbricati: pavimenti galleggianti, gabbie metalliche e canaline passacavi; la stessa estetica anonima che caratterizza i grandi datacenter.
È in questo scenario che incontriamo Cursed Cat (in the Dataset) (2025): un braccio robotico sposta continuamente una telecamera attorno a un gatto di peluche nero, senza orecchie, materializzazione del celebre meme. Il gatto, nella cultura online, non è solo un animale, ma un’immagine pervasiva (dai Grumpy Cat ai LOLcats), tanto da essere presente fin dalle origini dell’addestramento delle intelligenze artificiali (basti pensare al dataset CIFAR-10 del 2008, che conteneva pochissime categorie elementari, tra cui, inevitabilmente, questi felini).
Le immagini catturate dal braccio meccanico dei Mattes vengono processate da un algoritmo addestrato unicamente su quella scultura. Ne nascono varianti distorte del gatto, che gli artisti reimmettono nel web, generando così un inquinamento dei dati, un virus destinato a riaffiorare costantemente nei futuri addestramenti delle intelligenze artificiali. L’errore digitale si fa poi scultura fisica attraverso materiali tradizionali, dal legno delle Dolomiti al vetro di Murano, creando delle vere e proprie sfingi contemporanee.
L’indagine continua poi con la serie di video Are You Still There? (2025), in cui i grotteschi personaggi dell’estetica “Italian Brainrot” interpretano dialoghi reali estrapolati da un dataset pubblico contenente le telefonate d’aiuto di una linea di prevenzione del suicidio. I Mattes mettono qui a nudo il cortocircuito dell’Effetto Eliza (teorizzato da Weizenbaum nel 1966): l’istintiva tendenza umana ad attribuire empatia a un software.
Le opere in mostra si legano così in una riflessione che eredita la lezione robotica dei Kraftwerk (la band preferita di Franco!): un loop in cui l’essere umano impersona la macchina che, a sua volta, è modellata sull’umano, dimostrando come, oramai, l’automazione non colpisca più solo la forza lavoro, come accadeva nei lontani Tempi Moderni di Chaplin, ma l’identità stessa dell’individuo.
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