Francesca Woodman Untitled or #4 from a Series “Dissection of a Portrait”, 1976 Lifetime gelatin silver print mounted on mat board. Copyright Woodman Family Foundation/SIAE, Rome Courtesy the Foundation and Gagosian
Un occhio sempre aperto, come quelli di Argo, diventa secco, forse vede tutto, ma guarda male. «Per guardare bene, soprattutto un oggetto del tempo, bisogna saper aprire, ma anche chiudere gli occhi, mentre il visibile si nasconde dietro il sottile panneggio delle nostre palpebre» scrive il filosofo Didi-Huberman. Un pensiero che s’intreccia con il taglio dell’occhio di Luis Buñuel. Gesto violento, ma anche ipnotico, senza ritorno, che connette lo sguardo all’irrazionale e all’inconscio.
Chissà se Francesca Woodman (1958-1981), ispirata dai maestri surrealisti, rifletteva su questo quando annotò: «Lately I Find a Sliver of Mirror Is Simply to Slice an Eyelid», postilla ora eletta a titolo di una sua imprescindibile mostra, accolta negli spazi di Gagosian a Roma. Un iter di circa cinquanta fotografie, il cui piccolo formato induce all’intimità di una visione ravvicinata e individuale.
Spogliata delle canoniche definizioni di modella di sé, voyer e insieme oggetto guardato, cacciatrice di luoghi délabré, modanature, alti soffitti e pavimenti a scacchi, Woodman incarna un femminino etereo. Implicato tanto con il clinamen di Lucrezio quanto con il motivo classico delle Metamorfosi. È, anzitutto, una menade contemporanea: ninfa visionaria e proteiforme che invita, quasi avviluppa il fruitore nella magia del suo mondo in dissolvenza. Negli antri in bianco e nero delle sue scenografie visive di corpi e nature; là dove è racchiuso il segreto di Botticelli: far migrare lo stato emotivo del soggetto sull’accessorio, sul dettaglio, sull’ornamento mosso, che Woodman di volta in volta trasfigura e sublima.
L’amore dell’artista per il Surrealismo sembra nascere, come la Venere, dal mare. Nello specifico dalla conchiglia, che affiora in più scatti, forse evocativi del corto prezioso e immaginifico L’Étoile de mer di Man Ray (1928); forse memori della celebre fotografia Sans titre (Main-coquillage, 1934) della musa di Picasso, Dora Maar. La concrezione spiraliforme, evanescente e sospesa, diviene, grazie al tocco della menade, un autentico objet poétique.
Nel carosello delle mutazioni c’è la Woodman-Sirena tra le aguglie romane dal muso a stiletto in Fish Calendar – 6 days. Nella contigua Eel Series, le anguille veneziane la insidiano, si stringono, assumendo le sembianze di serpenti e instillando un nuovo slittamento della figura: Woodman-Eva, tentata e inerte. Ora nuda, ora vestita e adagiata su un tappeto di rose – finzione di natura – dal quale il rettile-anguilla affiora per avvolgerle il polso.
E c’è ancora la Woodman esoterica, ammaliata a più riprese dall’apparizione perfetta dell’uovo, che convoca De Chirico, André Breton, Magritte, ma anche la pala di Brera di Piero della Francesca. In questo la malìa delle sue costruzioni teatrali: il Surrealismo s’innesta in un gioco di rimandi iconografici che attraversa ogni tempo, simbiosi enigmatica e sensuale. Così la fotografia si fa gioco ambiguo e aperto che riunisce in sé memoria, indecifrabilità, desiderio.
L’illusione e l’apparenza; le mura sconnesse alla Matta Clark; le stoviglie vere accostate a quelle dipinte e liquefatte alla Dalì in It must be time for lunch now; le glosse a penna sui margini bianchi delle opere partecipano tutte di un’estetica densa e fragile. Una poesia domestica dove il corpo, sempre al centro, è un organismo da inseguire, che si rannicchia, si sottrae, si dispiega, si specchia, di vano in vano.
Da menade, Woodman esibisce una nudità innocente, non consciamente lasciva, ricordando nelle pose ora la Danae di Correggio, ora la Lucrezia di Tintoretto, ora Leda o la ninfa in basso a destra nel Baccanale di Tiziano. Perfino le foto con la maschera sembrano riandare alle maschere cadute nel Trionfo di Pan di Nicolas Poussin. Ciascun feticcio o arto, se contemplato senza fretta, acquista a un tempo un’autonomia figurale e un’incredibile profondità di legami, svelando il funzionamento epidemico delle immagini catturate. Da menade, Woodman è abitata da un’identità mobile, porosa: figure archetipiche convivono e si elidono in lei. La seduzione incantatrice di Armida, l’accoglienza di Nausicaa, il potere trasformativo di Circe. Tre posture dell’attrazione e dello smarrimento che emergono nelle sue fotografie tra gigli, calle, frutti aperti, specchi ovali. Il suo revival surrealista non è che la mise en scène di un io franto, speculativo: “You cannot see me from where I look at myself” scrisse. Presenza auratica proprio perché sfuggente, Woodman non si lascia mai interamente afferrare: resta sulla soglia dello sguardo.
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