Categorie: Film e serie tv

Le Backrooms sono già nella nostra vita: il film di Kane Parsons oltre lo schermo

di - 30 Maggio 2026

«Stai camminando e all’improvviso ti ritrovi in una stanza con le pareti gialle e i neon». Qualche lampada sfarfalla anche qui e qualcun’ altra ronza rumorosamente. Dal piano sottostante arriva una musica disco sparata a mille. E l’effetto è più nelle vibrazioni, con il sound mangiato dal pavimento in pietra tecnica. Sono qui per Backrooms. Opera prima del giovanissimo filmmaker e content creator Kane Parsons, nuova star di Youtube con l’omonima web-serie da milioni di click.

Solo che il film ancora non è cominciato. Sembra di aver già attraversato luoghi liminali altrettanto uncanny, familiari ma conturbanti. Il tratto a piedi dalla metro al multisala della periferia milanese ha regalato, tra vecchi murales e sottopassi, la vista di grandi cartelloni pubblicitari rivolti alle auto della tangenziale sopraelevata. Ricky Martin in arrivo a giugno, Africa Tour, “cosa aspetti a contattarci?” – un po’ come in certe backroom della nostra vita. Ci siamo finiti dentro, per caso, ma non erano state pensate per noi.

E nemmeno nel multisala sembriamo essere nel posto giusto. La musica al piano di sotto era una rumorosissima sala giochi dove un tizio sudatissimo gioca con gran foga a StepManiaX, il videogame dove si danza con le sequenze di passi lanciati sullo schermo. Al piano superiore isole di divanetti colorati, le sale numerate senza locandine, i pavimenti e le colonne color piombo in sequenza. Siamo già dentro il film, senza volerlo.

Non c’è (ancora) nessuno. Orario pomeridiano. Poi arrivano ed è alquanto stupefacente. Teenager, persone adulte, qualcuno solo, nerd fuori tempo massimo, coppie, famiglie che degustano menu da fast-food su grandi poltrone con porta-tavolini incorporati. Insomma, difficile stabilire una linea. E il battage non è stato manco così invasivo. In fondo non ce ne era bisogno.

A differenza del fenomeno Blair Witch Project (1999), indiscusso capolavoro del genere found footage (video amatoriali ritrovati per caso) che sfruttò una furba campagna pubblicitaria giocata sulla presunta scomparsa di tre film-maker nei boschi di Burkittsville, la pellicola di Parsons ha già alle spalle un’audience agguerrito e diversi contenuti virali. Tutti ispirati da una semplice foto del 2019: un salone del negozio di giocattoli Hobbytown in allestimento nel Nebraska. E da qui una vera e propria creepypasta: una storia immaginaria collettiva nata e diffusasi con threads, foto, storie ed esperienze vere o presunte di utenti sul forum anonimo 4chan.

Ma il giovane regista aveva in mente qualcos’altro per la sua opera prima. Voleva rispettare le regole del cinema classico, forse perché il suo è uno dei primi fenomeni di inversione mediale (dalla rete alla pellicola). E così la lungimirante casa di produzione A24 (Moonlight, The Lighthouse e il pluripremiato Everything Everywhere All at Once) lo ha accontentato, investendo 10 milioni soprattutto sugli attori e su un comparto tecnico (soundtrack e scenografie) di alto livello.

Clark (il bravissimo Chiwetel Ejiofor), un uomo deluso dalla vita e dagli affari, bloccato in un eterno loop comportamentale ed esistenziale, gestisce con due suoi assistenti uno squallido e sempre vuoto negozio di arredamento. Grazie a un elettricista scopre di avere un forte dispendio di energia elettrica. E da lì le indagini, che lo porteranno per puro caso a imbattersi in un glitch, un malfunzionamento dello spazio che apre a un passaggio tra le pareti del primo sottolivello del suo stabile. È l‘ingresso alle backrooms. Scopre così un ambiente irreale, che non dovrebbe esistere. Scarno e indifferente, con luci e pareti neutre e un fruscio statico che rimbalza su pareti ormai sgombre da qualsiasi mobilio. Qui e lì qualche sedia o scrivania rotta abbandonata in un angolo. Oggetti e stracci nelle stanze più profonde che Clark raggiunge con una meticolosa esplorazione.

Backrooms

Un’atmosfera che ricorda alla lunga i non-luoghi dell’antropologo Marc Augé. Soltanto che i centri commerciali dopo l’orario di chiusura, gli autogrill di notte, i corridoi degli alberghi standardizzati mantengono comunque una loro estetica, depersonalizzata ma pur sempre funzionale e riconoscibile. Cosa che nelle backrooms non avviene.

Il non-luogo diventa semplice non-, spazialità depressurizzata, ipobarica, ai limiti dell’evanescenza. E che in molti ha generato, fin dai primi shorts film del 2019, una sensazione di angoscia quotidiana, un orrido routinario visibile a ogni angolo della propria cittadina, in ogni corsia del proprio supermercato, dentro i porticati di cemento della propria cittadina dormitorio. Ed è per questo che molti osservatori gridano al genio di Parsons, ragazzino prodigio capace di immaginare una nuova dimensione dell’horror, una nuova lore in grado di rinverdire un genere che più di altri è spesso specchio delle inquietudini e delle tendenza della società.

Backrooms

La nascita della società industriale negli horror vittoriani di Dracula e Frankenstein, la crisi politica e culturale degli anni ‘70 (L’Esorcista, Halloween, Carrie) e quella della società postfordista e consumista a cavallo degli anni ‘80 (Nightmare, La Cosa, Dawn of the Dead). Infine l’emersione della società digitale e postmediale con The Blair Witch Project.

Ma se in quella pellicola geniale del 1999 la strega di Blair, sebbene invisibile, rimaneva presente e onnipresente, un grumo di violenza sottaciuta ma pronta a esplodere in qualsiasi momento, in Backrooms Parsons sperimenta l’idea di vuoto newtoniano, di essenza dell’assenza e viceversa. Ricorrendo in fondo ai solchi già tracciati da altre esperienze coeve: l’Upside Down di Stranger Things, gli open world dei videogiochi (No Man’s Sky, Minecraft, GTA, Red Dead Redemption) e quelli creati da IA (AI Town, Stanford “Generative Agents”) etc.

Luoghi spettrali, metafisici, adesso anche matematici. Parsons in fondo non farebbe altro che disvelare le nostre nuove angosce, le più recenti, quelle di individui che annaspano, che soffocano in quello stesso liquido digitale e algoritmico in cui hanno deciso di immergersi. In un labirinto da cui non vi è uscita, perché noi stessi fatti (ormai) di questa sostanza reticolare, computazionale e impersonale.

Ma che, pensandoci bene, da una fase spaziale non può che determinarne anche (e soprattutto) una temporale, cubistica, simultanea. Un’esistenza multilayer, insomma. Perché spazio-tempo risultano da sempre indissolubili, schiacciati, collassati nei nostri mitologemi più profondi e oscuri.

Backrooms

E allora la texture in filigrana di questo film, trattata probabilmente in modo inconsapevole e ingenuo dal regista, appare assai più profonda. Come un fiume carsico che trascina via pareti, porte e moquette, fino a disvelare brandelli dei corridoi dell’Overlook Hotel di Shining e della scuola Colombine in Elephant (Gus van Sant); dei campi della Zona di Stalker e dentro la Nichts di Heidegger; al centro del Panopticon di Foucault e nei vicoli ciechi e sordi dei labirinti di Burroughs e Dedalo. Tutto in discarica. Tutto gettato come risulta nelle backrooms. Ma tutto ancora attivo, a latenza diffusa.

Backrooms

Guadagno l’uscita. Sono il primo. Gli altri non si alzano, non si muovono. Forse il film è piaciuto? Aspettano qualche scena post credit? Forse sono bloccati nel loro labirinto. Sono già dentro la loro personale backroom.

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