Categorie: Film e serie tv

Il film su Michael Jackson racconta l’ultima fiaba della nostra vita

di - 30 Aprile 2026

Entro nel cinema alle 17. Voglio evitare la folla. Qui a Milano rimani fregato se non prenoti. È primo pomeriggio ma lo ammetto, sono rimasto un po’ deluso. Non c’è nessuno. Ricordo le folle oceaniche – e immotivate – per il Joker di Joaquin Phoenix. In metro per caricarmi avevo ascoltato un video Youtube di Thriller. È un loop di 10 minuti ma di un riff di chitarre e basso che dura in realtà pochi secondi. La voce di Michael non c’è ma avverti la sua aura in ogni nota. Magica, luccicante, come uno shining. Avverti lo scintillio della sua celebre giacca rossa e nera, del suo sorriso nel buio, della sua pelle (allora) perfetta.

Le fermate della metro sono tante e i ricordi iniziano piano piano a presentarsi. La sensazione è quella di andare a trovare un vecchio amico o una vecchia zia che non vedi da tempo. Non sai cosa ti aspetti. Non sai come reagirai.

La sala è semideserta, poche persone. Inizia il film e succede subito una cosa imprevista. Non riesco a stare fermo. Durante tutto il film il corpo si agita – come il ragazzino Michael durante le prime registrazioni. Danzano le spalle, battono piedi, le ginocchia, le mani portano il beat. In Bohemian Rhapsody, biopic dedicato a Freddie Mercury si canta in continuazione, a ogni brano. Qui è il groove del funk pop anni ‘70 – ‘80 a farla da padrone, irresistibile, implacabile.

D’altronde Michael e Bohemian Rhapsody hanno la stessa scena di apertura (oltre che lo stesso produttore, Graham King).

Il bravo Antoine Fuqua, già regista di famosissimi blockbuster polizieschi con Denzel Washington (Training Day e The Equalizer) apre infatti nello stesso identico modo di Bryan Singer, che ritraeva Freddie Mercury-Rami Malek nelle prime scene del suo film di spalle, che saltella, respira, mentre scioglie muscoli e tensioni.

Sono gli attimi prima di salire sul palco. Quell’attesa, quella tensione poco prima di entrare in scena, che racconta il passaggio da uomo a stella, dal corpo a immagine, da voce a icona.

«Tutto il mondo è un palcoscenico e tutti gli uomini e le donne sono soltanto attori. William Shakespeare ha potuto dirlo soltanto perché non ha mai visto Michael Jackson on stage. Lo stesso non si può dire (ovviamente) per Jaafar Jackson, l’attore che interpreta Michael, 29enne figlio di Jermaine, uno dei cinque Jackson Five. Anche il padre cantava e ballava nella banda dei Jackson. Era quello più simile a Michael.

Ebbene risulta comunque impressionante la trasformazione che avviene nel corpo e nell’intenzione di Jaafar durante il corso della pellicola. Che ha avuto una storia di produzione tormentata, durata diversi anni (girata e poi stralciata la parte dei processi, dei presunti abusi su minori e dei risarcimenti per clausole legali).

E infatti i primi ciak, le prime apparizioni del Michael-Jaafar non sono molto convincenti. Jaafar non solo balla ma ha anche registrato la maggior parte delle tracce vocali del film. Evidentemente i lunghi tempi di produzione hanno aiutato. A poco a poco il nipote di Michael vive una profonda trasformazione, fino a raggiungere un livello di imitazione e perfezione formale impressionante nell’ultima performance, quella di Bad. La transizione alla fine è completa. È riuscito a interpretare perfettamente suo zio. A realizzare il suo sogno. L’avrà guardato e imitato milioni di volte nella sua vita. Così come faceva il piccolo Michael (un bravissimo Juliano Krue Valdi) che guardava in tv i concerti di James Brown e i film di Gene Kelly.

D’altronde tutto il film è un lavoro sulla crescita, sulla metamorfosi, interiore ed esteriore. Michael è un talentuoso bambino di Gary, Stato dell’Indiana, figlio di Joe, un padre operaio siderurgico autoritario e violento, che, come Richard Williams con le sue due figlie tenniste Venus e Serena, alleva con brutalità e disciplina i suoi cinque figli, genietti del funk, del soul, del R&B destinati al successo.

Michael è un bambino (e un adulto) che non avrà mai amici con cui giocare, divertirsi, vivere insieme. La sua aura potente e fantastica sarà come una bolla, una corazza dorata che lo isolerà da qualsiasi relazione amicale, familiare, forse sessuale. I suoi unici amici saranno piccoli e grandi animali (serpenti, scimmie, giraffe, topi) che vivono con lui nella casa di famiglia. E Peter Pan.

Egli infatti si lascerà ispirare dall’eleganza e dalla leggiadria del protagonista del film della Disney (1953), personaggio fantastico, diafano e sognatore, avventuroso e evasivo. Qualcosa che racconta molto di lui, di un bambino imprigionato nel corpo di un adulto.

Vuole il suo stesso naso, sottile, perfetto, cartoonesco. E decide così, piano piano, di dare il via a quella trasformazione, a quella modificazione profonda, anche del suo corpo, il suo dono più prezioso, la sua arma di redenzione di massa.

Che però, in un perfetto contrappasso biblico, sarà fonte di malattie, incidenti, dolori fisici e disperazione. Perché il suo è in fondo è un corpo fatto di energia e luce, uno starman a cui ogni relazione, contatto con la carne, con la realtà, con la materia è negata. Una condanna ma anche segreto magico, evidentemente. Il film non fa altro che provare a raccontare questa parte della storia del King of the Pop come una fiaba, senza sporcarla, senza renderla sanguinosa, brutale. Vera. E così il padre, Joe Jackson (un atmosferico Colman Domingo) diventa un villain, un bau-bau da ricacciare ogni volta nell’armadio della sua stanzetta. E la madre – una fata turchina che, tra popcorn, divano e film di Charlie Chaplin, gli regala brevissimi ma preziosi momenti di normalità. I fratelli e la sorella Janet solo degli sfondi di cartapesta.

Impressionante anche il cambiamento degli ambienti che Michael attraversa. Dai concerti con i Jackson Five in bellissimi club con coppie e ballerini black in stile messa gospel a giganteschi stadi con folle e orde di adolescenti (bianchi). Dal mentore e stregone musicale Quincy Jones – produttore e arrangiatore dei suoi primi tre dischi, tra cui Thriller il disco più venduto della storia, 80 milioni di copie – a John Branca, avvocato di New York specializzato in diritto dello spettacolo. Secondo voi, a chi dei due Michael chiederà di farlo diventare “la più grande popstar del mondo”? Al geniale musicista, produttore di Ray Charles e Aretha Franklin, o al potente e rampante legale della city? In fondo Michael non era un ingenuo.

La potenza che ha saputo sprigionare non era soltanto artistica e musicale. Andava oltre. È stato il primo vero fenomeno globale, soprattutto massmediale.

Il genio di Michael si è adeguato, adattato e ha egli stesso trasformato i mezzi tecnici con cui ha sconvolto il mondo dell’entertainment, più che della musica tout court. Concerti in diretta tv con milioni di telespettatori, videoclip come piccoli mediometraggi con storie e personaggi, gadget e merchandising (il guanto di strass e cristalli come un mantello da supereroe), sponsorizzazioni (Pepsi, L.A. Gear, Sega) e infine il rapporto complesso con le prime fanbase globali, agguerrite e tossiche della storia. Le star globali venute prima di lui, Beatles, Frank Sinatra, Elvis Presley, non avevano avuto accesso a tutto questo. Il loro “segnale” era stato più lento, mondiale, consequenziale. Con Michael lo show diventa in diretta, ovunque e sempre.

Insomma se Marshall McLuhan diceva che il mezzo cambia il messaggio con Michael succedeva giusto il contrario. Era l’uomo, anzi la stella di luce che cambiava completamente il mezzo, il media, lo strumento.

Mi alzo sui titoli di coda, guadagno l’uscita. I pensieri continuano ad affollarsi, ripenso al film, alle sensazioni. Scendo le scale del piano, sono ormai le sette di sera. Sento un forte vociare, del movimento cinetico. Mi accorgo che la hall è completamente piena. Piena. Non c’è nemmeno bisogno di chiedere. Sono tutti qui per lui, per Michael. Un altro miracolo, ancora

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