E tuttavia crediamo che la vita sia piena di fortunate possibilità, veduta della mostra, Fondazione Made in Cloister, Napoli, ph. Francesco Squeglia
Nel chiostro rinascimentale della Fondazione Made in Cloister di Napoli, la mostra E tuttavia crediamo che la vita sia piena di fortunate possibilità si presenta fin da subito come un progetto ambizioso, tanto sul piano curatoriale quanto su quello politico. Inserita nel programma RINASCITA e sviluppata da nonlineare, l’esposizione, visitabile fino al prossimo 21 giugno, costruisce un percorso che intreccia pratiche artistiche e forme di resistenza, evitando però di cadere nella retorica consolatoria spesso associata a questi temi.
Il titolo, tratto dalla raccolta poetica My Life (1980) di Lyn Hejinian, suggerisce una tensione persistente tra fragilità e possibilità, tradotta concretamente nell’allestimento ideato dall’architetto Mariano Cuofano. Il chiostro non si configura come semplice contenitore ma come dispositivo attivo: le aiuole rialzate in cotto diventano metafora esplicita di una vitalità che resiste a ogni tentativo di disciplina. Se l’immagine può apparire talvolta scoperta, è proprio nella sua dimensione materiale e attraversabile che trova consistenza, trasformando la visita in un percorso circolare che invita a soffermarsi sui processi più che sui risultati.
La selezione degli artisti privilegia pratiche legate all’archivio, alla testimonianza e alla ritualità. Tra i nuclei più convincenti emerge il progetto dell’Archivo de la Memoria Trans, non solo per l’impatto delle immagini ma per la capacità di restituire all’archivio una funzione attiva, quasi riparativa. La forma della memoria, attraversata da istanze di rivendicazione di genere e da pratiche di sopravvivenza della memoria, presenta grandi fotografie stampate su tessuti leggermente drappeggiati insieme a un’installazione di immagini di formato più raccolto, restituendo uno sguardo condiviso fatto di solidarietà e pratiche di mutuo sostegno. La memoria si configura così come terreno di conflitto e riappropriazione.
Ad accogliere il visitatore è Personal Accounts di Gabrielle Goliath, installazione audiovisiva in cui un uomo compare simultaneamente su tre schermi mentre parla. Ex presentatore di notiziari nigeriani, segnato dall’emarginazione e dall’esilio, il protagonista viene privato della parola: il suono del discorso è stato rimosso e sostituito da vocalizzi e suoni paralinguistici. Personal Accounts è una serie ancora in progress che affronta la violenza patriarcale e le forme di sopravvivenza elaborate da soggettività marginalizzate per genere, razza o orientamento sessuale.
Adamo e Eva, Era solo una tazza di caffè e Un verme innamorato dell’artista palestinese Aysha E. Arar sono lunghi teli di cotone che si sviluppano lungo le pareti del convento, su cui segni e colori si impongono con energia attraverso spray e tecnica mista. Le figure sfuggono alla rappresentazione naturalistica, seguendo un’immaginazione visionaria e perturbante in cui le forme tendono alla deformazione e alla trasfigurazione grottesca. Le opere di Aysha E. Arar e Gabrielle Goliath ampliano ulteriormente il discorso della mostra, spingendolo rispettivamente verso territori più immaginifici e una dimensione quasi anti-visiva.
Altrettanto significativa è Pelli di donna di Pauline Curnier Jardin, collocata tra una delle aiuole e una colonna attraverso membrane che evocano la carne per colore e consistenza. Questi simulacri di pelle umana, apparentemente abbandonati nello spazio, sembrano insieme mostrarsi e mimetizzarsi, instaurando una tensione silenziosa con il lavoro di Arar. In dialogo con la Feel Good Cooperative, l’artista ha inoltre realizzato Lucciole, film girato nella periferia romana che evita ogni estetizzazione delle soggettività coinvolte, costruendo uno spazio condiviso in cui ritualità e performance diventano pratiche concrete di solidarietà.
Con Rossella Biscotti la mostra assume una dimensione più esplicitamente storica e politica. L’artista presenta Maiko, opera su supporto in gomma appartenente al ciclo Rubber Works, incentrato sulla persistenza della trasmissione orale rispetto alla parola scritta. Il lavoro richiama la figura di Maiko, prostituta giapponese e personaggio del Buru Quartet di Pramoedya Ananta Toer. Attraverso il recupero di questa vicenda e delle rotte coloniali a essa connesse, l’opera introduce una riflessione stratificata sullo sfruttamento e sulle economie del corpo, pur richiedendo allo spettatore un coinvolgimento interpretativo non immediato.
Nel complesso, la mostra mantiene una coerenza solida nonostante la pluralità dei linguaggi e delle pratiche. Alcune ridondanze tematiche emergono ma sembrano quasi deliberate, come se la ripetizione fosse essa stessa una forma di resistenza. Più che formulare risposte, il progetto apre uno spazio di riflessione in cui la fragilità non appare come una condizione da superare, ma da attraversare. Alla fine del percorso resta sospesa una domanda: cosa significa, oggi, continuare a credere nelle possibilità della vita?
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Parto sempre dall’osservazione della materia, dal confronto con i materiali e dalle possibilità tecniche che offrono