Così alla Tate arrivò il dì di festa. Dalle 10 di ieri mattina le porte del rinnovato colosso museale si sono aperte al pubblico dando il via a tre giorni di eventi e iniziative che festeggiano questo nuovo corso dell’arte contemporanea a Londra, e i nuovi spazi ad essa dedicati: parliamo della Switch House, la struttura di 10 piani che porta la firma di Herzog e de Meuron e che va ad ampliare del 60 per cento lo spazio del museo portando a una ripensamento di tutta la logica espositiva della Tate.
L’aria che si respira appena arrivati è tra il sospeso e l’eccitato. La gente è molta anche se è facile perderne la cognizione nel turbinoso spazio del museo, reso ora ancora più vorticoso dalla nuova struttura. Salendo in cima a questa piramide sghemba si ha la sensazione di entrare letteralmente in un corpo, si ha l’impressione di perdersi nella sua struttura ma allo stesso tempo non si riesce a non proseguire, come fosse impossibile potersi trattenere dall’arrivare fino alla fine. E quando finalmente in cima ci si arriva, dalla terrazza panoramica avrete tutta la città ai vostri piedi, sentendovi sul tetto del mondo.
Bambini, coppie, ragazzi con lo skateboard sotto braccio si aggirano tra le sale tra il divertito e il curioso, non ben conosci di come rapportarsi con molte opere in mostra. Tanti lavori propongono un contatto diretto con il pubblico, consapevole in questo caso di voler superare il timore indottoci da una cultura espositiva che ci ha visto per molto tempo rapportarci all’arte in maniera distaccata.
Le opere sono collocate in mezzo alle stanze, ci si gira intorno e ci si guarda dentro (Yayoi Kusama The Passing Winter, Mike Kelly Channel One, Channel Two, and Channel Three) e su alcune si arriva persino a camminarci sopra e sdraiarcisi (Riccardo Basbaum, Capsules). Tra le sale del museo si tengono Ten Minute Art Talks, lo staff e i volontari della Tate si aggirano nelle sale condividendo le loro impressioni sulle opere in mostra e se con alcuni si ha la sensazione di ascoltare la tradizionale spiegazione turistica, con altri si partecipa a vere e proprie conversazioni artistiche, come quella tra uno spettatore curioso e una donna intenta a dare la propria e sentita visione di Lovers di Rasheed Araeen: il tono della voce è alto, il fare è concitato, la gente ne viene attratta e tra teste che annuiscono e gente che sorride si assiste a qualcosa di diverso in un museo. Quando si arriva ai piani alti, anche la partecipazione del pubblico cresce. Eccoci al London Dreaming: da un muro pieno di nastrini colorati ciascuno è invitato a staccarne uno per andarlo a ricollocare sul futuro che più si desidera (A future in which questions are always welcome/ A future in which we embrace imperfection/ A future in which all surprises are good/ A future in which we play as much as we work).
Insomma alla vetta della Switch House si diviene il cambiamento che l’arte in questo museo sta gridando ad alta voce: una donna seduta su un elegante poltrona rossa invita il pubblico a sedersi difronte a lei, e dopo qualche domanda all’invitato viene scattata una polaroid che si è liberi di attaccare su una mappa del mondo disegnata su un muro – o sarebbe meglio dire su quello che è un vero e proprio globo di relazioni – o di portarsela a casa, o ancora: c’è chi appende la proprio foto e poi con un filo collega la sua immagine ad un continente o chi mette su uno Stato un semplice adesivo con il proprio nome, come a dire “io sono qui”, mentre nella stanza accanto le persone fanno la fila per farsi ritrarre dal vivo.
Ad accogliere o salutare quanti arrivano e se ne vanno è invece Future Late nella Turbine Hall, un paesaggio dove video, audio e tecnologia digitale si incontrano insieme per indagare quali sono le forme della cultura di domani, mentre Radar Radio fa ascoltare il futuro della musica UK.
Ma diman non sarà “tristezza e noia”, l’inaugurazione andrà infatti avanti per tutto il weekend e per quanti l’hanno mancata ieri, oggi e domani potranno assistere a The Bridge (Choral Piece for Tate Modern) ovvero 500 persone da oltre 20 cori di tutta Londra che canteranno canzoni scritte per la Tate e nate dal lavoro dell’artista Peter Liversidge e dalla sua collaborazione con quanti quel posto lo hanno vissuto e le cui idee e punti di vista ora diverranno ora musica. Per una nuova partitura. (Diletta Cecili)