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Cosa rimane di Oreste? Al Mambo, l’archivio impossibile di un progetto relazionale

di - 30 Aprile 2019
Come si può definire Oreste? A quasi vent’anni dalla sua conclusione, al MAMbo di Bologna si torna a parlare del Progetto Oreste, in una mostra a cura di Serena Carbone che ha dato vita al racconto di una delle pagine più libere e d’avanguardia della ricerca dell’arte italiana contemporanea. Alla domanda in apertura si risponde meglio definendo cosa non fosse Oreste. «Oreste non è nessuno, eppure sono tanti», dichiara Carbone, che poi precisa: «Oreste viene chiamato così dagli amici, per tutti gli altri è Progetto Oreste, nasce nel 1997 e muore nel 2001».
Non un collettivo organizzato, quindi, ma un flusso libero di artisti, critici e galleristi, o meglio, un “insieme variabile di persone” usando le loro stesse parole, che per un periodo preciso si sono ritrovati a condividere la stessa maniera di vedere il mondo. Oreste è stato un intreccio di esperienze, quelle di Cesare Pietroiusti, Luca Vitone, Giancarlo Norese, Alessandra Pioselli, Mauro Manara, Bruna Esposito, Annalisa Cattani, Lorenzo Benedetti, Salvatore Falci, Anteo Radovan, Cesare Viel, Eva Marisaldi, per citare una parte della lunga, lunghissima lista di aderenti – quasi 300 persone! – riuniti tra il 1997 e 2001, gravitando in particolar modo in area bolognese. Oreste non ha prodotto opere ma è stato il principale progetto relazionale italiano, basato sui rapporti e sugli incontri, sul dialogo e la discussione come vero collante di questa comunità multiforme di intellettuali.
Il primo importante incontro avvenne al Link, storico centro sociale bolognese, in un convegno tenutosi dal 31 ottobre al 2 novembre dal titolo programmatico “Come spiegare a mia madre che ciò che faccio serve a qualcosa? Comunicazione, quotidianità, soggettività. Un convegno sulle nuove ricerche artistiche in Italia”. Seguirono molti incontri, fino ad arrivare a prendere parte, due anni più tardi, alla Biennale d’Arte curata da Harald Szeemann. Poi la partecipazione alla mostra “Democracy!” al Royal College of Art di Londra (2000) e a “Le Tribù dell’Arte” curata da Achille Bonito Oliva a Roma, nel 2001. In quello stesso anno, però, Oreste si esaurì e l’esperienza si dichiarò conclusa.
Come ci racconta ancora Carbone: «Tutti erano Oreste e tutti si sentivano anche responsabilizzati dal farne parte, ma proprio quel principio di orizzontalità (assenza di selezione e accesso libero principalmente), punto di forza iniziale, era divenuto il punto di maggiore debolezza. La situazione stava andando al di là del controllo richiesto – estetico e formale – che un fenomeno, una volta iscritto all’interno del campo artistico istituzionale, avrebbe dovuto avere. Necessariamente erano subentrati i regimi di visibilità, le aspettative individuali e non da ultimo le esigenze di comunicazione (chi comunica cosa?)».
In mostra nella Project Room al primo piano del museo bolognese, c’è tutto quello che oggi resta di quegli anni, l’archivio raccolto e digitalizzato da UnDo.net che raccoglie documenti che Cesare Pietroiusti e Giancarlo Norese assieme a Emilio Fantin e Luigi Negro stanno raccogliendo, un’azione a priori dichiarata impossibile dato che la dispersione è una conseguenza naturale per la natura fluida del movimento stesso.
“No, Oreste, No! Diari da un archivio impossibile” espone, quindi, testi, fotografie, libri, cataloghi, riviste, flyers, locandine, lettere, e-mail, tutto ciò che resta e che serve per ricostruire il grande network che l’invisibile Oreste, in pochi anni, ha intrecciato con il mondo dell’arte ufficiale. Ma non solo.
Tracce di questo movimento sono anche i video di documentazione girati nel corso degli incontri pubblici e le due installazioni presenti al MAMbo, una a firma di Mario Gorni e Paola Di Bello (Oreste Vision, 2001) e l’altra di Lu Cafausu (Illustre Scultura Polimaterica, 2010) ma, soprattutto, i dibattiti e le relazioni che la curatrice ha riattualizzato in una serie di incontri che hanno animato la mostra in tutto il periodo della sua apertura, con un ultimo appuntamento domenica, 5 maggio, in occasione del finissage, in cui Serena Carbone dialogherà con Luca Cinquemani, Mario Gorni, Zefferina Castoldi, Anna Stuart Tovini e Vincenzo Chiarandà, sull’essenza stessa degli archivi digitali e sul come e perché conservarli. (Leonardo Regano)

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