A partire dai volumi design&culturalheritage, a cura di Fulvio Irace, Graziella Leyla Ciagà, Eleonora Lupo e Raffaella Trocchianesi, oggi alla Triennale di Milano – dalle 18.30- va in scena il convegno “Il Design per i musei”, dove a parlare ci saranno tutti gli autori e anche Paola Albini e Silvana Annicchiarico. Qual è il ruolo che il design può svolgere per gli spazi espositivi? Quanto può offrire il digitale alla cultura dell’arte? C’è qualcosa di utile e interessante nel poter vedere archivi e collezioni online, nel fare visite guidate con lo smartphone, o si tratta di una mera spettacolarizzazione anonima? C’è invece dell’altro, una possibilità più sottile che fa bene ai Beni Culturali. Che cosa? Ne abbiamo parlato proprio con la storico e critico d’architettura Fulvio Irace.
Il Design per i musei. Detta così sembra si parli di qualche “prodotto” che possa essere funzionale, anche per le opere, restando di altissima qualità È così?
«Quello che noi vogliamo far capire in questo incontro è che parlare oggi di design per musei è molto diverso di quello che sarebbe stato un argomento del genere anche solo 5 anni fa. Uno pensa al design museografico di Albini, Scarpa e oggi De Lucchi, grandi nomi che mettevano a punto dei veri e propri oggetti di design per esporre l’arte. Oggi significa spostarsi su due dimensioni che sono molto cambiate. Il design non è più solo il disegno di un oggetto, ma un’attività di concetto entro la quale la parte materiale non è rilevante come era prima. Dall’altra parte il museo non è più luogo della conservazione del passato e basta, ma rimanda ad una serie di attività che hanno a che fare anche con l’intrattenimento. I musei d’arte sono solo un frammento molto piccolo dentro musei che hanno un allargamento di confini anche nelle tematiche che espongono».
C’è infatti, tra le domande che il convegno vuole sollevare, anche una riflessione intorno al “museo virtuale”…
«Le nuove tecnologie, con le loro esperienze, anche di realtà aumentata o di smart-heritage, hanno messo a disposizione della creatività degli strumenti che stanno permettendo di costruire l’immagine nuova di un museo che può anche non corrispondere a un luogo fisico. Si era iniziato con i portali virtuali delle istituzioni, negli anni ’90, dove si poteva entrare (per vivere l’esperienza del museo in rete) da una connessione remota. Era l’altra faccia di una medaglia che negli stessi anni ha ideato i grandi hub, come il Louvre o il MoMa, musei accentranti e “unici”. La virtualità permette invece di ricreare un museo diffuso (attraverso il proprio smartphone) che ad esempio racconta la storia della città, nel suo passato, nel presente e anche nel futuro, con i vari progetti di trasformazione. In questo caso il museo si decentra ed entra nello spazio del detentore dello strumento elettronico, arricchendo la sua “visita”».
Non c’è però il rischio di fare scivoloni? L’argomento è molto inflazionato, e come si può operare una buona joint venture tra musei e virtuale?
«Il pericolo è evidente, e a volte il rischio è portare cambiamenti museografici (come si sono fatti in passato) che oggi non si farebbero più. Palazzo Rosso o i musei di Scarpa o il Castello Sforzesco, a causa della mano dei loro autori, rivelano una loro obsolescenza, proprio perché legati a un preciso progetto architettonico. Albini all’epoca dei suoi allestimenti, toglieva la cornice dalle tele nella volontà di far fare allo spettatore un’esperienza individuale con l’arte. Oggi non ci sogneremmo più “un’audacia” (com’era considerata allora) del genere. Ci sono inoltre delle azioni di spettacolarizzazione che anche nel saggio abbiamo duramente criticato, come l’interazione di Peter Greenaway col Cenacolo Vinciano, ma il problema è che oggi nei confronti del virtuale non possiamo nemmeno avere un atteggiamento di sfiducia o di timore. Dobbiamo cercare di usare queste tecnologie con modalità critiche. La tecnica sembra che ci permetta di fare qualsiasi cosa, ma bisogna in tutti i casi guardare al contenuto e anche ad un’intelligenza scientifica che permetta un arricchimento, con la costruzione di un contesto intorno ad un testo unico che è il quadro. Con una serie di informazioni che non sostituiscano la veduta dell’oggetto stesso. Il virtuale non può sostituire il reale, mai».
Parlava di allestimenti, un altro argomento caldo in “design&culturalheritage”, dove si parla di un “archivio degli allestimenti”. È una questione doverosa, che permette di non disperdere anche un sapere “curatoriale”…
«Questo è uno dei campi di dilatazione del concetto del museo. Noi oggi studiamo e guardiamo i grandi allestimenti del passato attraverso fotografie in bianco e nero. Se introduciamo l’idea che un allestimento, una mostra o un evento possa essere documentata anche nel suo farsi, possiamo arricchire l’informazione storica intorno ad un’esposizione. Il museo degli allestimenti, il museo dell’effimero, può essere inoltre ache legato a fiere, processioni, feste popolari. Che solo con la tradizione e il tramandarsi potrebbero anche scomparire, esattamente come un allestimento dopo il termine di una mostra. Anche in questo caso la virtualità può venire in soccorso del museo se usata nella maniera corretta».