Modena, 19797,3x9,5 cmCollezione privata / Private Collection, Novara
Siamo abituati a considerare l’oggetto quotidiano fotografato come qualcosa di immobile, sospeso nello spazio e nel tempo. La mostra al Centro Pecci di Prato, Luigi Ghirri. Polaroid ’79-’83, a cura di Chiara Agradi e Stefano Collicelli Cagol, ribalta questa prospettiva: l’oggetto torna protagonista vivo e, sotto lo sguardo sensibile del fotografo, capace persino di generare empatia. Si potrebbe descrivere come un testimone silenzioso della storia umana e della sua memoria, fedele compagno di un animale domestico, amico e nemico indispensabile dell’elemento naturale.
È l’intimità “domestica” più sincera a farsi spazio nelle polaroid di Ghirri: quell’oggetto mite, in grado di assorbire tutto, umori, luci, suoni e pesi di ogni sorta, senza mai opporsi. L’esposizione, visitabile fino al 10 maggio 2026, è la prima mostra istituzionale in Italia interamente dedicata al lavoro su polaroid del fotografo italiano, realizzata in collaborazione con la Fondazione Luigi Ghirri. Le riflessioni da tenere a mente mentre si attraversa l’allestimento, progettato dall’architetto Ibrahim Kombarji, ruotano attorno al linguaggio fotografico: la creazione di immagini in cui tempi differenti coesistono, una composizione capace insieme di selezionare e accogliere, la duplicazione della realtà propria della fotografia e la capacità di portare alla luce ciò che resta ignoto o invisibile pur trovandosi quotidianamente davanti allo sguardo di tutti.
Visitare la mostra “Luigi Ghirri. Polaroid ’79-’83” che, come si evince dal titolo, espone un’ampia selezione di polaroid scattate dal fotografo tra il 1979 e il 1983, significa fermare lo sguardo su qualsiasi nota che risuoni profondamente dentro di noi. In questo lasso temporale, l’azienda Polaroid aveva promesso a Luigi Ghirri una vasta fornitura di pellicole e macchine. Fu questa la ragione per cui egli si avvicinò alla fotografia a sviluppo istantaneo. La vicenda si fa ancora più interessante quando, tra l’80 e l’81, il fotografo è invitato ad Amsterdam, nell’allora sede europea dell’azienda, per provare la Polaroid 20×24 Instant Land Camera, che aveva la straordinaria capacità di scattare istantanee extra large in poco più di un minuto. In mostra, le grandi polaroid dai caratteristici bordi irregolari campeggiano al centro della sala su pannelli ricoperti di zerbino, materiale domestico che esalta il cromatismo e la matericità delle fotografie; mentre ai lati si trovano in dialogo le polaroid di piccolo formato, incorniciate da passe-partout bianchi. Dopo anni di rigore concettuale e tecnico delle proprie fotografie, sul finire degli anni Settanta, Ghirri offre la possibilità di vedere immediatamente il risultato dell’immagine. Dall’Emilia alla lontana Olanda, lo seguiamo nei suoi viaggi, sempre accanto agli oggetti che porta con sé, catturati in un lampo dalla macchina fotografica. Nasce così una riflessione sul legame tra fotografia istantanea e fruizione immediata, oggi resa comune dagli smartphone.
Seduti dentro un’automobile arancione, lo sguardo scivola verso la parte superiore e arrotondata del veicolo. Oltre il vetro posteriore, una strada ricurva e asfaltata si allontana, inghiottita da un paesaggio scurito dalla notte o dalla fitta vegetazione. La fotografia appena descritta, Alto Adige 1980, è esposta al Centro Pecci di Prato e risuona come un déjà-vu per chi ama Gianni Celati e ha letto, almeno una volta, Narratori delle Pianure. In una recente ristampa del libro (ottobre 2020), edito da Feltrinelli, lo stesso scatto campeggia in copertina. Il volume nasce da una raccolta di storie che a prima vista possono sembrare frammentarie e poco aderenti alla realtà, ma che acquisiscono un senso durante la lettura. Il fotografo e lo scrittore, legati da un’amicizia nata negli anni Ottanta, guardano il mondo con gli stessi occhi: sospeso tra ciò che è e ciò che appare, capace di restare fedele all’ordinario per coglierne il bello, dove l’umanità e il territorio si vedono e si riconoscono nel più profondo sentimento del viaggio.
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