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Due anni di contemporaneo a Milano, che si festeggiano domani. Tre domande ad Alessandra Pedrotti Catoni, direttrice di spazio Morris

di - 13 Novembre 2012
C’è un bellissimo appartamento, al Quadronno, cuore di Milano a due passi da Porta Romana. Ora però appartamento non lo è più, anche se sono rimaste le tracce dei suoi vecchi abitanti: ombre di mobili e cornici, piastrelle della cucina, adesivi da adolescenti attaccati ai muri della cameretta. Stiamo parlando ovviamente di spazio Morris, una delle realtà più indipendenti e attive nel panorama milanese, che domani festeggia il suo secondo anno d’attività ufficiale. E lo fa con la mostra “This must be the place” di Deborah Farnault, artista francese di base a New York, nel suo primo solo project in Italia. E per non tradire quella che è anche l’identità di spazio Morris, “This must be the place” segue il filo conduttore della canzone dei Talking Heads, esplorando il disagio e il disorientamento di fondo che accompagna l’intimità e la nostalgia di casa. Farnault ricrea questa condizione con una serie di “messaggi”: fotografie sgranate, un video e alcune opere su testi incompleti, che lo spettatore dovrà cercare di colmare nelle loro lacune. Paesaggi, domestici e mentali, che si sovrapporranno tra le pareti di via Anelli 8, evocando la malinconia delle cose che si perdono e cercando di recuperare il possibile. In occasione di questa mostra, in qualche modo simbolica, abbiamo fatto le nostre tre domande ad Alessandra Pedrotti Catoni, direttrice artistica di spazio Morris. Per sapere come  proseguirà questa avventura e per tirare qualche somma.
Partiamo dall’origine: cos’è cambiato in questo anno di spazio Morris e come proseguirà ora la sua attività?
«spazio Morris è aperto ormai da due anni: è nato per prima cosa come laboratorio di ricerca e come spazio che potesse sostenere -in proporzione- una buona percentuale di artisti italiani. Ad oggi abbiamo esposto 35 artisti e 24 di loro sono artisti italiani. Rispetto all’inizio naturalmente spazio Morris è oggi una realtà molto più consolidata e sempre più seguita e di questo siamo molto felici».
Come continuerà a sovvenzionarsi Morris, dato il suo status di spazio indipendente? Avete in programma di coinvolgere qualche altra realtà no-profit presente sul territorio?
«spazio Morris continuerà a sovvenzionarsi come ha sempre fatto: la sua vita dipende interamente da donazioni private. Crediamo sia importante stringere collaborazioni e lavorare a progetto con altre realtà indipendenti. Abbiamo lavorato insieme a Short visit e Soloway (Galleria indipendente di New York gestita da artisti) per la realizzazione di due mostre, una a Milano (Grand Tour Low Cost, a spazio Morris, a Settembre dell’anno scorso) e una a New York (Krypta, a Brooklyn, a Febbraio 2012): grazie all’idea di Paola Gallio uno spazio europeo e uno americano hanno potuto dialogare e “ospitarsi” nelle proprie realtà. Inoltre la mostra Falansterio (che abbiamo inaugurato il 29 settembre di quest’anno) faceva parte di un progetto ideato da Guido Molinari, che ha visto tre spazi indipendenti (spazio Morris a Milano, Tesco a Faenza, Casabianca a Bologna) esporre i loro progetti in sincronia. Crediamo che questo tipo di collaborazioni siano molto importanti  per creare un network -nazionale ed internazionale- sempre più solido di realtà simili».
Milano e il contemporaneo. Morris ha portato in città un nuovo luogo dove vivere l’arte: come sta reagendo il pubblico? Cosa manca a Milano per “fare sistema”?
«Il pubblico ha reagito e sta reagendo molto bene. Le persone si sentono a loro agio in un ambiente che non sia un white cube, e a maggior ragione in un ambiente domestico, e così sono più invogliati a rimanere, ad avvicinarsi all’arte, a fare domande sulle mostre che vedono e a dire ciò che pensano. Credo che a Milano ci siano diverse realtà interessanti, credo che ci sia un fermento molto positivo e interessante: le persone (dagli artisti agli amanti dell’arte) hanno voglia di creare e di vedere nuove realtà e di proporre e condividere l’arte in modi diversi. Quello che manca a Milano per “fare sistema” e che invece esiste in ogni città in cui l’arte contemporanea abbia la sua giusta importanza, è l’esistenza di un museo che sia interamente dedicato ad essa, e che sostenga la ricerca e gli artisti».

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