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“eat”, ovvero brevissima storia dell’uomo tra l’atto di mangiare e mangiarsi, in sei video. Tutto in un week end, a Piacenza

di - 12 Giugno 2016
Al 36 di via Santa Franca, nel pieno centro storico di Piacenza, nei prossimi anni nascerà un centro per l’arte contemporanea, supportato da Comune e Fondazione Piacenza Vigevano. Quel che sarà, dopo il restauro del complesso dell’ex Enel e dell’annessione con la galleria Ricci Oddi, confinante con lo stabile, lo si vedrà, ma un bell’assaggio di quello che gli spazi potranno essere è stato dato questo fine settimana, con “Eat”, ovvero una selezione di sei video a carattere “nutrizionale” della collezione del gallerista e fondatore di Placentia Arte, Lino Baldini.
Filippo Berta, Roberto Ago, Alessandra Cassinelli, Marcell Esterhazy e Anibal Lopez sono gli autori per una ricognizione dell’oggetto cibo, e dell’azione del mangiare (e mangiarsi, metaforicamente e simbolicamente), che a turno è cruda, dolce, drammatica, inevitabile.
Tutto, in sala, è silente: a far da colonna sonora solo il Concerto per Solisti di Berta, realizzato all’Istituto Italiano di Cultura Italiana a Berlino, dove una serie di uomini a una cena di gala tentano ognuno di rivendicare la propria supremazia attraverso il fragoroso risucchio del brodo dal proprio cucchiaio.
Sono immagini in movimento figlie del nostro tempo, che indagano quanto la legge del più forte possa prevalere sulla vita, come nell’apparizione che mette in scena Roberto Ago partendo dall’immagine di Kevin Carter, vincitrice del premio Pulitzer nel 1994, che mostra un rapace appostato per divorare una bambina africana morente. A turno le due figure si materializzano e poi scompaiono sullo schermo, in un gioco di presenze che in qualche modo ricordando allo spettatore non solo che è esso stesso un avvoltoio che divora la scena, ma che mettono in dubbio anche l’umanità di chi ha scattato la scena (il fotografo a tal proposito si suicidò poco tempo dopo il riconoscimento), e visualizzano il celeberrimo motto mors tua vita mea, senza scendere nei particolari, come accade invece in Hugo, la tragica e comune storia di un porcellino, raccontata dalla camera di Anibal Lopez. Hugo mangia, tenera bestiola domestica, agghindata a festa, quando in men che non si dica sarà la sua stessa “famiglia” a consegnarlo al destino del macellaio, del freddo tavolo sezionatorio, dell’acqua bollente, dello scotennamento per il nostro nutrimento.
E di nutrirsi per nutrire parla anche il brevissimo atto poetico di Alessandra Cassinelli, in cui una madre nutre il proprio figlio imboccandolo. Un gesto atavico, dalla potenza eversiva, dolcissimo ed empatico e allo stesso tempo erotico (home page), mentre è anche una riflessione sul tempo e l’età della vita il pranzo di famiglia con il “lentissimo” nonno di Esterhazy, reso “normale” nei movimenti da un’accelerazione del video ma ormai “fuori tempo” nella realtà contemporanea del tempo compresso.
Una piccola dimostrazione, questa “Eat”, che qualche tempo bisogna concederselo. Forse per mangiare, forse per guardare. Forse per riflettere sulle proprie azioni, spesso legate più al primo cervello (lo stomaco) che non al secondo, quello contenuto nel cranio e decisamente più manipolabile.

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