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Ecosistema erotico. A Napoli, il nuovo spazio Tarsia apre con il Suono Nudo di Marco Giordano

di - 19 Aprile 2019
All’interno di quello che, nella quotidianità, veste i panni di un delizioso negozio di fiori del centro storico di Napoli, è ospitato TARSIA, nuovo spazio inedito e originale qui in città, curato e promosso dall’artista Antonio della Corte. Un insolito punto di incontro per l’arte, che prevede un’alternanza, mai troppo invadente, di progetti artistici capaci di adattarsi e comunicare con il luogo che gli dà alloggio.
Marco Giordano (Torino, 1988) ha accolto con entusiasmo l’invito di Della Corte presentando la mostra “Suono Nudo” a cura di Giulia Gregnanin, progetto dove l’inorganico armonicamente dialoga con l’organico, proponendo una separazione che non è mai rigida dicotomia tra le parti. Otto sculture di nuova produzione si muovono liberamente nello spazio aereo nel quale sono state installate e, pendendo dal soffitto sorrette da catenelle, creano un incontro/scontro con il passante/visitatore. Generando un leggero tintinnio causato da alcune campanelle poste all’estremità, viene così riempito sia lo spazio visivo che sonoro dello spettatore.
Sculture nate come oggetti inanimati e inorganici, rimodellano qui la loro natura, condizionate dall’ecosistema circostante, di esclusivo dominio dell’organico. E lo fanno connaturandosi in qualcosa che nella quotidianità esula del tutto dall’oggetto, quale può invece essere la sfera sensuale ed erotica, coniugando così sembianze falliche, anali e vaginali. Un costante oscillare tra le parti, un contrasto reso evidente anche dall’esteriorità stessa delle sculture. Profili lineari, superfici lisce e lucide, riportano alla mente accessori e giochi erotici confinati a una sessualità puramente meccanica, quasi inanimata.
Infine, a completare lo spazio, giacciono tra le piante, padrone indiscusse della scena, altre pietre. Sculture, che altro non sono che raffigurazioni, ritratti, del volto di Giordano, realizzate da amici dell’artista in sessioni dal vero. Da esse attraverso alcuni fori fuoriescono delle erbacce evidenziando e sottolineando ancora quello scambio simbiotico tra animato e inanimato che ci riconduce all’incipit stesso del progetto.
Dobbiamo essere umani per sempre? La coscienza è esaurita. Ora si ritorna alla materia inorganica. Vogliamo essere pietre in un campo. (Annachiara De Maio)

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