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Festival di Venezia/5. Giro intorno ai paradossi del mondo, in tram con Amos Gitai

di - 4 Settembre 2018
A Gerusalemme, negli ultimi dieci anni è stata costruita e messa in esercizio una linea di trasporto pubblico progettata nell’Ottocento: è la linea rossa del tram, dai quartieri palestinesi di Shuafat e Beit Hanina da Gerusalemme Est, fino al Monte Herzl a Gerusalemme Ovest. Fin qui la geografia del visibile.
Il tram ha la destinazione scritta in inglese, arabo ed ebraico, Mount Herzl, il monte sacro per i Sionisti sul crinale della foresta di Gerusalemme. Il corridoio mobile del tram attraversa la città storica da Ovest verso Est, mentre noi vediamo la città riflessa nei volti e nelle voci dei passeggeri. E la geografia dell’invisibile passa per il canto e le parole, attraverso i riflessi dei volti sul vetro delle finestre dell’autobus, nel luccicare della pioggia e delle luci di Gerusalemme, di giorno e di notte, come in una preghiera. Parole di tutte le lingue e di tutti popoli che, a Gerusalemme, hanno un diritto speciale di cittadinanza, che solo il viaggio in tram sembra assicurare mentre, attraversata quella soglia, la convivenza è fatta solo di armi e di confini.
Amos Gitai allora non si sposta mai dalla soglia del Tramway in Jerusalem, rimane in questo corridoio lungo il quale ogni fermata ha un nome sacro, San Simone il Giusto, Porta di Damasco, Via di Jaffa. Nomi sacri ironicamente pronunciati dalla voce elettronica registrata in tre lingue. Senza nessuna accezione sacrale, sono solo fermate di un tram e potrebbero essere ovunque. In questa ambivalenza secolarizzata della voce del robot è rimasta l’unica speranza di pace.
Lungo i binari della linea del tram si passa dai territori palestinesi occupati militarmente, alla fortezza simbolica del sionismo, passando per la città storica, sacra sia per i cristiani, copti come cattolici, per gli ebrei, kahssidim e no, sionisti e no, della diaspora e convertiti. Perché mentre i popoli hanno stati, eserciti, gerarchie, nazioni e libri sacri, i cittadini hanno solo un viaggio da fare tutti i giorni per vivere e parole per dire l’amore e l’odio, l’amicizia e il litigio, la pace e il perdono, l’insulto e il grazie, la speranza e la paura. Parole che tutti i libri sacri hanno attraversato, che tutti ripetono tutti i giorni. Niente di simbolico, tutto accade solo sullo stesso tram. Turisti, giocatori di calcio, allenatori, prostitute, clienti, matrone, preti cattolici italiani, diplomatici e attivisti che usano passaporti di nazioni astratte e convenzionali delle quali non conoscono la lingua, ebrei khassidim e laici, turisti e militari, ebrei e arabi, attori e figuranti. Una specie di sfilata felliniana da Otto 1/2 che si sviluppa in quasi quindici chilometri in sei giorni, dalle cinque di mattina a mezzanotte, scandita in capitoli dall’ora del passaggio, ritmata dal cicalino elettronico delle fermate delle stazioni del tram. La Bibbia, Flaubert, Goethe, Dumas, letteratura ebraica e palestinese, europea e americana, brani letti in monologhi recitati da attori-passeggeri.
Da un lato, procede la descrizione accurata del milieu, perché il trasporto pubblico ha orari e per ogni orario cambia la scena – i lavoratori la mattina, gli scolari e i turisti, le prostitute e i celebranti, la domenica i calciatori e i giornalisti. Dall’altro, siamo esposti allo spirituale e l’immaginario, la potenza di ciò che non si vede, è narrata dalla musica e dal canto, dal suono delle lingue. La voce dei canti in ebraico, arabo, tedesco, francese, italiano, yiddisch, in ogni lingua e a partire dai salmi in ebraico per arrivare all’ebraico sefardita dei marrani, dicono solo che è più importante la cittadinanza della nazionalità, che Gerusalemme è in ogni città. E che siamo tutti in esilio e di passaggio.
Il film è preceduto da Lettera a un amico di Gaza, trenta minuti che descrivono il caos del conflitto, ma in una lettera scritta a un amico più di trenta anni fa. Nella presentazione ufficiale del film, questo mediometraggio che dura la lettura della lettera è descritto con una poesia di Mahmoud Darwish, poeta palestinese poco tradotto in italiano, che ha scritto in ebraico.
Dal comunicato in inglese, la traduco qui.
«Pensa agli altri Mentre prepari la colazione, pensa gli altri (non dimenticare le colombe)
Mentre combatti le tue guerre, pensa agli altri (non dimenticare chi cerca la pace)
Mentre paghi la bolletta dell’acquedotto, pensa agli altri (chi beve dalle nuvole)
Mentre torni a casa, pensa agli altri (non dimenticare gli accampati)
Mentre dormi e conti le stelle, pensa agli altri (chi non riesce a dormire)
Mentre ti libri fra le metafore, pensa agli altri (chi ha perso il diritto alla parola)
Mentre pensi a chi è lontano, pensa a te stesso (Dì: se solo fossi una luce nelle tenebre)»
L’unico vero rischio è vedere questo film doppiato, ragione per cui forse non lo vedremo al cinema. O forse sì?
Nota per i veneziani, Calatrava ha fatto un ponte strallato a Gerusalemme per questa linea di tram. Per fortuna niente scale di vetro. Intanto, quando attraversate quello della stazione, pensate a voi stessi, dite, oggi non cado. (Irene Guida)

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