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Forum Macro/ 12. Serena Carbone: «Spazzata via la figura del curatore-critico. Forse, a malincuore, ce n’era bisogno»

di - 25 Dicembre 2017
Il mondo dell’arte italiana si merita che un antropologo indichi – o almeno ci provi ad indicare – la via d’uscita a una situazione a dir poco stagnante. Giorgio De Finis sfida il sistema dal suo centro geografico, Roma, ed estetico: le esposizioni. Niente mostre fin quando lui sarà direttore artistico (non a tutto tondo) del MACRO, il suo è un mandato con scadenza tra 15 mesi, ed è stato formulato su nomina diretta, senza concorsi e senza bando, per la sua esperienza di ideatore e gestore del MAAM-Museo dell’Altro e dell’Altrove. Negli anni, il MAAM – ovvero l’ex stabilimento Fiorucci occupato da dozzine di famiglie di emigrati senza dimora – è stato “decorato” con opere di artisti, tanto da essere ora un museo abitato, che difficilmente potrà essere demolito o snaturato visto l’interesse culturale che ormai lo caratterizza.
L’arte ritorna quindi ad essere non un fine ma un mezzo, come lo era del resto in passato, quando nelle Chiese veicolava un messaggio evangelico, nei Palazzi rappresentava il potere, per le strade la monumentalità di un passato da ricordare. I musei non sono sempre esisti, le opere non si trovano lì perché commissionate da un direttore, il proliferare delle collezioni pubbliche (come dello status di artista) si accompagna ai nazionalismi del XIX secolo, secolo di rivoluzioni, secolo in cui la borghesia si è imposta, insieme ad un regime economico di stampo capitalista; qualche volta dobbiamo pur ricordarcelo.
De Finis sembra voler portare avanti l’idea di un museo che non è più un museo, relativamente. Rinunciando alle mostre, non rinuncia né alla collezione (che intende rivalutare, oltre che portare fuori dai depositi), né alla figura dell’artista che anzi è chiamato a partecipare ad atelier e laboratori. Ma quali artisti? E quali progetti? È qui che il mondo dell’arte è stato messo sotto scacco. In questo programma è stata accantonata l’idea di selezione e scelta da parte di una persona “specializzata”, insomma è stata spazzata via la figura del curatore/critico. E forse, a malincuore, ce ne era bisogno. Abbagliati dai modelli esteri, si è persa di vista la componente legata a una specifica situazione italiana. Lontano da ogni rigurgito di localismo, o glocalismo, esiste di fatto un problema di fondo: gli artisti italiani non sono presenti nello scenario estero, e nel loro stesso paese vengono interpellati come l’ultima ruota del carro di un management della cultura che pulsa mostre e mostricine, fiere e festival a più non posso. Il paradosso è insito nel binomio arte-Italia, in cui il turismo culturale diventa sempre più massiccio a scapito di una tutela fantoccio, trasforma i musei in grandi luna park a danno della didattica e della ricerca, le fiere in momenti di incontri e dibattiti. Tranne alcune eccellenze di singoli operatori, non si può non dire che nel Bel Paese il tempo dell’arte sia assimilabile a quello dello svago e del tempo libero. Bene (ancora a malincuore) per un pubblico assettato di consumo, ma per gli artisti?
C’è un’esigenza di fondo che sembra sottendere questa nomina, o almeno così, mi piacerebbe leggerla, scardinare i ritmi consueti dell’arte. Sottrarre l’opera al momento esclusivo della vetrina per riconsegnarla al momento del dialogo e dell’ascolto, del processo o procedimento, che non vuole a sua volta essere messo in mostra attraverso frammenti di realtà oggettuale o concettuale che sia, ma preferisce rallentare per assaporare quello che c’è dietro il turbine del mercato, scendere un attimo dalla giostra per poi magari risalirci e volare, per approdare su quella Luna che già in un angolo del MAAM è stata tirata giù per terra. (Serena Carbone, storica dell’arte)

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