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Geografie rurali e sonore. Leandro Pisano ci parla del suo libro, in presentazione a Bologna

di - 7 Giugno 2018
Venerdì, 8 giugno, alle ore 19.30, presso la galleria Adiacenze, a Bologna, si terrà la presentazione del libro di Leandro Pisano, Nuove geografie del suono. Spazi e territori nell’epoca postdigitale (Moltemi 2017). Insieme all’autore, ci saranno Alessandra Calanchi, professore associato di Letteratura e Cultura Angloamericana, e Massimo Carozzi, artista visivo, musicista e sound designer. A moderare la conversazione, Marco Mancuso, curatore, critico e direttore di Digicult. Pisano è un curatore, critico e ricercatore indipendente, che si occupa delle intersezioni tra arte, suono e tecnoculture. L’area specifica di interesse della sua ricerca riguarda l’ecologia politica dei territori rurali, remoti e marginali. Ha fondato e dirige dal 2003 festival e progetti che riguardano la sound art e le arti elettroniche e ha tenuto presentazioni, conferenze e workshop in sedi accademiche o nel corso di eventi legati all’estetica dei nuovi media, al suono, ai processi di rigenerazione urbana e rurale. È PhD in Studi Culturali e Postcoloniali del Mondo Anglofono, titolo conseguito presso l’Università “L’Orientale” di Napoli, dove è membro del Centro di Studi Postcoloniali e di Genere. L’abbiamo raggiunto per conoscere meglio il suo lavoro.
Il tuo lavoro comincia nel 2003, con un piccolo ma ambizioso festival in Valle Caudina, in Campania, Interferenze, del quale ancora si parla tra gli addetti ai lavori come esempio virtuoso. Negli ultimi anni, il progetto è evoluto, attraverso vari step, in Liminaria, altro evento che si tiene principalmente nel Fortore. Come nasce l’idea di portare in provincia e, in particolar modo, in territori di confine fuori dai circuiti culturali più noti, linguaggi artistici come la sound art?
«Le trasformazioni che un progetto come Interferenze ha subito nel corso del tempo sono state indissolubilmente legate ai contesti territoriali liminari e di confine in cui abbiamo operato. Rispetto al formato del festival di arti elettroniche, che tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del nuovo secolo era ancorato allo spazio urbano e metropolitano, Interferenze proponeva invece una sorta di displacement, di sconfinamento atipico verso il territorio rurale. A partire dalla riflessione su questa irregolarità, abbiamo pensato che il nostro progetto potesse diventare una sorta di spazio di sperimentazione su temi come la ruralità e la comunità, in intersezione con i linguaggi e i modelli culturali legati al digitale, con specifico riferimento all’ecologia politica dei territori “remoti” e marginali. Nel corso degli anni, Interferenze è diventata una piattaforma di ricerca attraverso la quale abbiamo fatto esperienza di format ibridi (residenze, laboratori, workshop, progetti di studio sul campo), superando la forma del festival e fuoruscendo dal perimetro geografico originario del progetto, la Valle Caudina, per sconfinare verso altre aree rurali, dall’Alta Irpinia fino al Barsento in Puglia ed al Fortore beneventano, territorio in cui è originata e si è sviluppata l’idea di Liminaria. Il metodo attraverso il quale abbiamo lavorato, in maniera sempre più intensa negli ultimi anni, è quello sonoro. La nostra idea è che attraverso il suono si possano cogliere la complessità e il dinamismo con cui i territori si rivelano secondo modalità e prospettive diverse, interrogando le modalità tramite cui attraversiamo e abitiamo spazi e geografie nella contemporaneità. In questo senso, la sound art offre una serie di punti di ascolto attraverso cui prendere posizione per ascoltare e sentire, per orientarsi e costruire percorsi nella congerie di terreni in movimento che definiscono gli scenari della contemporaneità».
Il tuo libro è un’analisi in qualche modo scaturita dal tuo percorso personale di curatore e direttore artistico di eventi come quelli citati, il cui cardine è il concetto di paesaggio sonoro che, anche in occasione della mostra “Otros sonidos, otros paisajes” che hai curato al MACRO a maggio 2017, continua a essere al centro della tua ricerca. Come studioso di tali discipline, cosa accomuna i paesaggi delle zone interne del Sud Italia a quelle del Sud America?
«Il recente intensificarsi dell’interesse verso un possibile riorientamento a Sud degli studi sul suono è testimoniato dall’emergere di ricerche accademiche, mostre, progetti curatoriali, pratiche artistiche sul campo. La sound art, nata come disciplina generata da una serie di modelli di sapere collegati alla tradizione culturale europea e dell’anglosfera, può essere riletta oggi come un ambiente complesso in cui emergono una serie di pratiche che insistono su ‘altre’ coordinate geografiche, estetiche e culturali. In questo senso, l’inclinazione verso le pratiche e le riflessioni intorno al suono in area sudamericana e l’attenzione ad una ricerca “da Sud” in senso epistemologico, hanno alimentato il percorso curatoriale e di ricerca a cui fai accenno, in cui il concetto stesso di Meridione viene riletto diventando spazio critico di intersezione tra territori e geografie diverse, a Sud, nel Mediterraneo come nelle aree rurali del Mezzogiorno d’Italia, in America Latina come in Africa o altrove. È una prospettiva basata sulla possibilità di seguire una serie di ‘rotte’ sonore che interrogano il senso di una storia lineare, messo in questione attraverso punti d’ascolto che consentono di ‘sentirne’ e captarne i suoi lati nascosti».
Progetti per il prossimo futuro? Liminaria 2018 è già in cantiere suppongo…
«Certamente. Per il quinto anno di attività, Liminaria sconfinerà per la prima volta “fuori casa” cioè al di là del territorio rurale del Fortore beneventano. Il programma del progetto prevede nel 2018 quattro slot diverse: dal 29 giugno al 1 luglio a Riccia, in Molise; dal 16 al 22 luglio a Guardia Sanframondi, nel Sannio; dal 20 al 26 agosto a Sapri, in Cilento; dal 28 ottobre al 4 novembre a Palermo, come evento collaterale di Manifesta 12. A Palermo, in particolare, lavoreremo nelle aree di Brancaccio e Ciaculli, in collaborazione con DimoraOZ, BridgeArt, Scuola FuoriNorma e Vacuamoenia. Uno sconfinamento geografico fuori regione e nello spazio urbano, ma anche concettuale, tanto che abbiamo pensato di dedicare l’edizione di quest’anno al tema delle “transizioni”, alimentando una serie di riflessioni sul Mediterraneo come spazio poroso e sulla possibilità – come accennavo prima – di un pensiero critico del Sud: europeo, americano, globale. Come sempre, lavoreremo con le comunità locali, ma anche con una serie di gruppi di ricerca di questi quattro territori, invitando complessivamente in residenza quindici tra artisti, studiosi e curatori». (Vincenzo D’Argenio)

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