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Il nuovo volume Taschen ci racconta un’inedita storia della Bauhaus. Al femminile

di - 4 Aprile 2019
In occasione del centenario della nascita del Bauhaus (Weimar, aprile 1919), la casa editrice Taschen pubblicherà il nuovo libro di Patrick Rossler, Bauhausmädels: A Tribute to Pioneering Women Artist. Attraverso saggi, biografie e più di 400 ritratti fotografici, scattati fra il 1919 e il 1933, il volume indagherà le vite di 87 donne che hanno frequentato la rivoluzionaria scuola del XX secolo, mettendo in luce il nome di molte di loro per la primissima volta.
Il Manifesto di Walter Gropius, nel 1919, dichiarava che la scuola era aperta a “qualsiasi persona di buona reputazione, indipendentemente dall’età o dal sesso” ma, nei fatti, la politica di genere del Bauhaus si mostrò molto meno all’avanguardia di quanto non si fosse proclamata. Infatti, nonostante l’altissimo numero di iscrizioni femminili, che nel 1919 rappresentavano più del 50% del totale, le donne non avevano la possibilità di frequentare molti dei corsi più prestigiosi della scuola – quello di architettura e quello di carpenteria, per esempio – ed erano indirizzate a seguire laboratori come quelli di tessitura e di ceramica, discipline più “femminili” e quindi di loro maggiore competenza.
In tutti quei campi di arti “leggere”, comunque, le ragazze del Bauhaus riuscirono ad avere una brillante carriera, degna di essere ricordata al pari di quella dei loro più noti colleghi del “sesso forte”, ma che spesso è andata dimenticata. Bauhausmädels si propone di riaccreditarle, accendendo le luci sulle loro storie. Fra le tante, si leggerà di Lucia Moholy, ex moglie del maestro Làszlò Moholy-Nagy, e della sua battaglia legale per riappropriarsi di alcuni scatti che le erano stati sottratti, e di Marianne Brandt, la prima donna ad essere stata ammessa nel corso di lavorazione dei metalli e di cui, tutt’ora, Alessi riprende alcuni modelli. Si leggeranno anche le storie di due maestre del telaio: Anni Albers e Otti Berger.
Gli arazzi della prima ebbero grande importanza per lo sviluppo dell’astrazione geometrica, mentre la seconda arrivò a gestire un’azienda tessile, dopo la chiusura della scuola nel luglio del 1933. Di origini ebraiche, dopo aver passato un periodo a Londra, la Berger fu catturata dai tedeschi e deportata ad Auschwitz, dove morì. Mosse dagli stessi principi liberali che animavano Gropius, Paul Klee o Kandinsky, le ragazze che il volume della Taschen mostra sorridenti si rifiutarono di seguire le strade che la società imponeva loro di prendere, per quanto possibile, come si capisce bene dal titolo di un articolo anonimo – probabilmente scritto da una donna – uscito nel 1929 su un settimanale tedesco: Le ragazze vogliono imparare qualcosa.
Pur nell’ombra, le ragazze impararono. Convinte che la figura della donna nell’immaginario collettivo potesse davvero cambiare, con la loro ambizione e il loro spirito furono in grado di spianare la strada alle artiste delle generazioni successive. (Lucrezia Cirri)

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