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Il vento è una voce. Nel cuore del Cilento, una performance che dialoga con il paesaggio

di - 26 Giugno 2018
In un momento storico come il nostro, in cui si discute spesso di tematiche legate alla sostenibilità delle attività umane nei confronti dell’ambiente, visto soprattutto l’enorme incremento demografico, è importante che anche il mondo dell’arte sviluppi idee che possano far entrare in simbiosi l’uomo e la natura. È lavorando in questo senso, che l’associazione culturale Jazzi ha realizzato una performance dal titolo “Voce di vento”, ideata da Claudia Losi e curata da Katia Anguelova, in cui uomo e ambiente si trovano a stringersi in un abbraccio dal sapore primordiale.
La performance prevede una lunga e silenziosa passeggiata tra i sentieri del monte Bulgheria, nella zona meridionale del Cilento, quasi in un percorso di purificazione spirituale, durante il quale intervengono le voci femminili di due cori legati al territorio, il Vivat di Lentiscosa e il Kamaratou di Camerota, con gran forza sulla personale percezione del paesaggio. A esse si uniscono le straordinarie voci del coro le chemin des femmes, gruppo fondato dalla musicista e ricercatrice vocale Meike Clarelli, autrice anche della musica usata nella performance.
La passeggiata prevede un percorso che prosegue in maniera verticale, che mentre viene esplorato si trasforma in un suggestivo palcoscenico che non crea distanze tra spettatori e attori ma, al contrario, fa in modo che le performer, gli spettatori, i meravigliosi panorami e ogni altro elemento naturale si fondano gli uni con gli altri. Alla messa in scena operata dalle voci del coro, si unisce quella di Elena Bojkova, solista del coro Le mystere des voix bulgares, che riesce a impreziosire ulteriormente il momento, attraverso una tradizionale musica in lingua bulgara, dotata di una sonorità estremamente diversa rispetto alla musica strettamente occidentale.
All’interno del tracciato, inoltre, sono state installate come opere site-specific circa trenta maniche a vento, reinterpretazioni dei classici anemoscopi, strumenti utilizzati per indicare presenza e direzione del vento che in questo caso assumono anche il compito di rimandare in maniera oggettiva alla forza delle raffiche, forza capace di avere gli stessi effetti sia sull’uomo che sugli altri enti naturali, vista anche come elemento di condivisione, di azione sul tutto.
Anche i costumi utilizzati dalle coriste per la performance, disegnati dallo stilista Antonio Marras, ci permettono di immaginare un mondo primitivo. Già la tunica come indumento è un fattore di rimando all’antico ed essa viene rivisitata attraverso l’intervento diretto di segni e macchie di colore che diversificano ed unicizzano ognuna delle coriste evidenziando anche il concetto di diversità nell’unione.
Tutta l’azione viene svolta nelle ore a ridosso del tramonto cosicché alla fine, al momento del ritorno, ci si trovi a muoversi nel buio. Anche questa scelta fortifica la rappresentazione mentale dell’uomo che compie il suo cammino nell’oscurità e nell’ignoto. “Voce di vento”, quindi, oltre a una metafora di questo nostro personale cammino, è anche la volontà di reinterpretare lo spazio donato dalla natura riconoscendo il valore, soprattutto in luoghi e territori dell’entroterra che nel contesto del Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano vengono visti erroneamente come di secondo piano rispetto alle più turistiche aree costiere. (Emanuele Castellano)

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