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Italiani che guardano ai fiamminghi. Il museo Oldmasters di Bruxelles apre al contemporaneo

di - 27 Febbraio 2018
Due luoghi per tre artisti: il museo Oldmasters e l’Istituto di Cultura Italiano, per Hans Op de Beeck, Serena Fineschi, Alessandro Scarabello. L’apertura di un prestigioso spazio artistico di Bruxelles, quale è il museo Oldmasters, per il progetto “A due. Arte contemporanea in Italia e Belgio”, è una novità assoluta. La mostra, a cura di Laura Viale, si presenta come un’operazione confidente, un dialogo tra amici, un “Rendez-vous”.
Qui, le opere dei tre artisti si iscrivono e fluttuano in uno spazio storico. L’intento non è quello di cercare un dialogo meramente iconografico con la quadreria di capolavori esposti. I due dittici di Fineschi e Scarabello e la scultura di Op de Beeck aprono una profonda e raffinata riflessione su come proporre pittura oggi, portando sulle spalle tutta la sua memoria e le sperimentazioni intervenute nel tempo. Un omaggio al concetto di pittoricità dell’opera che si svolge su tre livelli e mette in scena tre diverse attitudini: la scultura che cammina a un passo dalla pittura, nel lavoro di Op de Beeck, la trattazione della pelle della pittura, per Scarabello, la pittura nel suo gesto generativo, per Fineschi.
La scelta di mostrare solo un lavoro per ogni artista sortisce l’effetto opposto a quanto ipotizzabile: le opere non si polverizzano tra le grandi tele, ma riverberano un’energia inaspettata nella sala a dimostrazione che è stata vincente la scelta di lavorare sulla riduzione e sull’essenza, sulla scelta di un’opera come paradigma della loro ricerca sulla pittura. Un approccio performativo anche per lo stesso visitatore, che procede con successivo avvicinamento anche fisico nella messa a fuoco dell’opera, un’interazione che rende più confidenti nel rapporto con questo medium. L’omaggio al Paese ospitante da parte dei due artisti italiani invitati e il coinvolgimento di un artista del luogo è indubitabile: un omaggio al linguaggio, allo sguardo.
I lavori di Fineschi, esposti anche all’Istituto Italiano di Cultura, fino al 9 marzo, performano i grandi temi della pittura fiamminga, la natura morta, il paesaggio, la vanitas. I materiali desueti che impiega richiamano alla memoria i movimenti veloci e l’instabilità del cielo e il verde di un paesaggio modellato da una speciale luce obliqua, così come il corpo li percepisce o li intuisce. Nelle opere di Scarabello è l’attitudine dello sguardo nella costruzione dell’immagine a restare un passo indietro, operando nella costruzione del dipinto con un distacco e una distanza “pudica”, tipica di certa pittura nordica. I gesti sulla tela nei nuovi lavori sono sintetici e l’esito è percepibile come una decostruzione della potente iconografia classica, di cui Scarabello è “figlio”. (Marina Dacci)

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