È vero, nel XX secolo la pittura si fa finalmente di grandi dimensioni, a grande scala, ma con Matisse si fa un balzo ancora più avanti e l’arte invade lo spazio della vita.
Con “questo mondo e l’altro” (espressione cara al relatore d’eccezione di ieri delle conferenze del PalaExpo) Claudio Zambianchi, professore alla Sapienza ed esperto di arte contemporanea francese e americana ha estasiato il pubblico con una lectio magistralis. Concentrandosi sui rapporti d’influenza che ci sono tra Matisse (Francia) e i pittori dell’Espressionismo astratto (USA) si interroga su una questione. Perché a un certo punto si manda a casa Picasso e si riabilita Matisse come il più grande pittore del XX secolo?
Difficile a dirsi, ma se è vero ce lo spiegano grandi critici che il professore cita più volte, Greenberg, O’Brian e anche Barnett Newman che alla vista di Atelier Rouge (del 1911, esposto al MOMA, foto sopra) affermò: «Quando guardi questo quadro diventi quel colore». Rosso. Ed è lo stesso Matisse a dire: «Where I got the color red—to be sure, I just don’t know. I find that all these things . . . only become what they are to me when I see them together with the color red».
Tra i grandi interpreti del langage Matisse non c’è solo Newman, Milton Avery e Weber, il vero erede è Mark Rothko perché in lui il colore dissolve ogni assonanza tattile, se di percezione si tratta è solo quella ottica. Quegli oggetti reali nella composizione dell’Atelier che danno conto di una presenza umana (quadri, cassetti, un bicchiere) sono solo un pretesto. È la qualità e quantità del colore che conta, è predominante e assorbe tutto il resto, contorni compresi, invadendo il piano della composizione.
Forse stupisce come Luis Aragon (uno dei padri del surrealismo e comunista) nel’48 in piena crisi dica all’introduzione alla retrospettiva “Matisse ha la qualità francese e quella serenità”. Del tutto lontana dalla situazione attuale francese e in assoluta antitesi quindi con il drammatico Picasso e la sua Guernica.
Ma in fondo, a vederci bene Matisse è il pittore del Bonheur de vivre, della Danse…e pensare che all’Armory Show molti studenti lo videro come un sovversivo e bruciarono alcune riproduzioni del quadro Le Luxe!
Matisse si difese dicendo: «Sono un uomo mansueto io». In assoluta controtendenza alla aggressività dei Fauves (di cui fa parte) la sua è una pittura del piacere ottico, dal colore lussuoso e non solo di composizione decorativa ma anche di forte sensualità.
E allora forse è la buona poltrona di Matisse quella che i giovani pittori, i suoi figli, preferiscono all’ispanico maledetto.
Certo per la semplificazione dello spazio compositivo ma senz’altro perché d’ora in poi l’opera diventa cosa di vita, di cui fare esperienza e non un quadro da attaccare alla parete. (Anna de Fazio Siciliano)