«Se cambiamo metodo di gestione saremo da esempio per la cultura italiana e avremo agito nell’interesse di tutti». Questa l’opinione espressa in un’intervista sulla “Lettura” del Corriere della Sera, da Emmanuele Emanuele, Presidente della Fondazione Roma, sulla rassegna d’arte più importante del mondo: la Biennale di Venezia, di cui ora è membro del consiglio d’amministrazione su nomina del ministro Ornaghi. Se da un lato la mette giù dura, non nascondendo il noto decisionismo nel dire la sua circa «l’allineamento del Cda al Presidente Paolo Baratta e alle sue scelte», d’altra parte l’uomo forte di Roma, presidente anche di Palaexpo (Palazzo delle Esposizioni e Scuderie del Quirinale), mostra il volto aperto dell’uomo che ha a cuore soprattutto la cultura: «Il nostro patrimonio artistico e demaniale vale il 120% del nostro prodotto interno lordo, ma vi si destina solo lo 0,2% in risorse». Così Emanuele fa quadrato intorno alla proposta lanciata un paio di giorni fa nel summit “Arte & Cultura” presentato dal Sole 24Ore, che mette il patrimonio culturale al centro del programma economico e a cui hanno già aderito i ministri Ornaghi, Passera e Profumo.
Ma Emanuele parla anche di Fondazioni «che a differenza degli sponsor, quando investono in cultura, lo fanno senza alcun tornaconto, merceologico o finanziario». Che il riferimento implicito sia al Signor Tod’s, al secolo Diego della Valle, e al Colosseo di cui finanzia il restauro? Un’idea alla David Cameron di Big Society, in cui il no-profit è alla base della società e non aspetta passivamente che sia il mercato o la finanza a fornire fondi. Non caso Emanuele ama parlare di “mecenatismo”. Di passaggio ricordiamo che la Fondazione Roma non è una struttura qualunque, ma risale al Monte di Pietà voluto da Paolo III per fronteggiare l’usura a metà del 1500 e che attualmente gestisce due miliardi di euro. E quindi, con gli utili e gli investimenti, il suo Presidente può permettersi agevolmente una distribuzione di fondi alla ricerca, alla cultura e alla salute pubblica.
Ma tornando alla Biennale e all’essere “aderenti” a Paolo Baratta, Emanuele affonda ancora il coltello: «In base a quale criteri vengono cambiati o confermati i direttori delle varie sezioni?». Sempre stando alle parole del nuovo presidente del Consiglio, pare che le candidature e la convocazione del Cda arrivino la sera prima delle elezioni dei nuovi direttori e vi siano parecchie decisioni prese senza esaminare i curricula dei candidati. «É per questo che mi sono astenuto sulla nomina di Gioni, io sono abituato a un metodo più democratico e più consapevole». Qualcosa dunque, dentro il Consiglio di amministrazione della manifestazione veneziana, è destinato a cambiare?
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Emanuele ha toccato il punto nevralgico della cultura che deve uscire dal semplice ruolo di bene fruibile per diventare bene sociale ed entrare a pieno titolo nel Terzo Settore che dovrebbe essere un PILASTRO della rinascita economica dell'Italia. Le Fondazioni e organizzazioni Onlus operano con una mentalità privatistica nella gestione, ma senza fine di lucro e quindi devono essere destinate alla gestione di settori come sanità, formazione, beni culturali etc. che lo Stato gestisce male e con enormi sprechi mentre i privati lo fanno con lucro che comporta lobbies di potere che condizionano la politica a livello locale e centrale. L'idea di Emanuele che condivido in pieno può rappresentare la SVOLTA di questo nostro Paese dove tra Pubblico e Privato si inserisce il TERZO SETTORE che Monti dovrebbe accogliere come la NUOVA RISORSA dell'economia italiana. Dario Cusani
Siamo sinceri non servono solamente qualità effettive per accedere a determinati incarichi .
Qualità palesemente divulgate curando lodevoli mostre in musei , scrivendo saggi , collaborando in prestigiosi atenei internazionali .
Come si fa ad arrivare a Manifesta o a lavorare in Biennale ?
Se si lavora benissimo e non si conosce il ' giretto ' ?
DICIAMOLO APERTAMENTE bisogna essere del ' giro ' ed il ' giro ' non é ben motivato a fare ' entrare ' , é più facile che sia orientato ad appoggiare sempre gli stessi ed ad allontanare nuovi curatori .