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La prospettiva tra Treviso e Rosario. Carlos Aguirre ci parla della sua esperienza di artista in Italia

di - 28 Novembre 2017
Esiste un forte legame che congiunge il nostro Paese e la lontana Argentina, un filo invisibile che unifica e, in un certo modo, fonde le radici culturali dei due popoli. A partire da questa riflessione, Victoria Moszoro, nata a Rosario in Argentina e naturalizzata italiana, ha ideato il progetto Puente (Ponte). Il programma di residenza, realizzato in collaborazione con TRA Treviso Ricerca Arte, ha offerto la possibilità all’artista argentino Carlos Aguirre di usufruire di un locale collocato nel centro storico trevigiano, convertendolo nel proprio studio di lavoro per 45 giorni. Nell’atelier, munito di due grandi vetrate, Aguirre ha sperimentato un modus operandi performativo: i passanti sono liberi di osservare l’artista durante la produzione ed interagire personalmente con la sua attività. Il contesto in cui si è trovato a operare ha portato Aguirre in una dimensione discorde da quella abituale, Rosario. Qui l’artista si è immedesimato in uno dei tanti migranti argentini che, attraversato l’oceano, si sono allontanati dalla propria patria per ritrovare una seconda casa in un ambiente differente. La nuova esperienza ha originato un mutamento nella consueta prassi artistica di Aguirre, un’evoluzione di soggetti rappresentati, palette di colori e simbologia, che rispecchia quanto accaduto alla fine del XIX secolo in Argentina, quando l’arte del Paese risentì delle influenze europee da parte di numerosi immigrati italiani. La fusione fra estraneità e analogie mette in relazione due nazioni distanti ma culturalmente affini, dando vita a quello che il progetto stesso si è proposto di creare, cioè un puente.
Carlos, che cosa è l’Arte secondo il tuo punto di vista?
«Credo che l’artista sia come un mago, può trasmettere qualcosa attraverso la forma e le immagini. Tutto ciò è spettacolare. Tutti cerchiamo un significato, un’emozione, un sentimento…molte volte è difficile tradurlo a parole, è qualcosa che succede nel corpo, una sensazione. Una volta ho letto un libro di un’artista del mio Paese, Claudia del Río, in cui si fa riferimento alla ‘fede’. E’ di questo che in effetti si tratta, l’arte è una questione di fede».
Chi sono gli artisti che hanno influenzato il tuo percorso e quali ammiri particolarmente?
«Gli artisti che mi interessano sono gli impressionisti, i neoimpressionisti, la Transavanguardia Italiana, che hanno oltrepassato i limiti della pittura con un metodo non convenzionale, non addomesticato. Ammiro le creazioni di Marlene Dumas, un’artista che pone l’attenzione nell’umano in tutte le sue sfaccettature. Enzo Cucchi, le cui opere hanno una carica poetica molto vicina a ciò che realizzo. L’espressionismo tedesco e l’artista argentina Claudia del Río. Sono attratto dal lato umano, un po’ selvaggio, dove si notano le imperfezioni e i dubbi, che vanno oltre la materialità».
Prediligi un materiale in particolare?
«Mi interessa molto la carta, la materialità legata ad un medium considerato “povero”, che non ha un costo eccessivo perché industriale. Quando lavoro mi sento come un alchimista, qualcosa che non ha valore assume un nuovo significato attraverso una mediazione emozionale e plastica viene trasformato in un’opera d’arte. L’arte è come un desiderio che trasforma le cose. Nel momento in cui lavoro mi sento talmente coinvolto da questo ‘credo’ che mi sorprendo poi nello scoprire cosa sta nascendo. E’ la pratica artistica che espande la tua visione, ti fa cacciare emozioni nella quotidianità».
Cosa ti ha lasciato questa esperienza?
«E’ molto importante spostarsi dal proprio territorio quotidiano. L’artista infatti lavora attraverso una simbologia legata all’ambiente che lo circonda. Io, ad esempio, plasmo metafore date dal contesto di Rosario, dove vivo in Argentina. Sono contro l’abitudine nell’arte. In questo momento ad esempio ho scelto il supporto bidimensionale, la carta, ma la scelta è data dall’esperienza che sto vivendo qui a Treviso. La vera pratica è muoversi in tutti i sensi, cambiare prospettiva». (Paola Natalia Pepa)

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