Alla Fondazione Prada di Milano, il nuovo tempio del contemporaneo meneghino che un po’ tutto il mondo ci sta invidiando, la prossima stagione è decisamente d’avanguardia. Sì, perché in Largo Isarco arrivano due mostre che faranno sicuramente discutere, e che coronano un po’ l’ascesa dei grandi italiani nel mondo dell’arte internazionale.
Si parte il prossimo 5 novembre, con un’antologica di Gianni Piacentino, che riunirà oltre 100 lavori dell’artista – sotto la curatela di Germano Celant – che copriranno mezzo secolo di ricerche e sperimentazioni di un’artista che si è sempre situato al limite tra Pop e Minimalismo, senza mai abbracciare nessuna delle due correnti, ma sperimentando il mondo della velocità e dei mezzi di trasporto utilizzando simboli e icone come l’automobile, la moto e l’aereo e tutta una serie di oggetti appartenenti alla cultura popolare testimonianza di un’estetica industriale, trattati con la mano dell’arte. La conferma, dunque, che ancora le nostre avanguardie hanno qualcosa da raccontare, così come emblematica sarà Recto Verso, opening il 4 dicembre, nella quale si indagherà l’universo nascosto della tela, ovvero il suo retro. Ideata dal “Thought Council” della fondazione, composto da Shumon Basar, Elvira Dyagani Ose, Cédric Libert e Dieter Roelstraete, a sua volta la collettiva (con opere provenienti non solo dalla collezione ma da prestiti museali di istituzioni italiane e internazionali, vedrà in scena le ricerche di Carla Accardi (nella foto sopra), Castellani, Fontana, Paolini, Novelli, associati a Louis-Léopold Boilly, Gerard Byrne, Sarah Charlesworth, Daniel Dezeuze, Roy Lichtenstein, tra gli altri. Artisti che hanno trasformato il gesto di portare in primo piano il retro della tela associando la visione a fatti storici, antropologici, all’idea della percezione.
Ma per iniziare l’appuntamento è tra una decina di giorni con Troublemakers: The Story of Land Art, del regista americano James Crump, il 10 ottobre in conversazione con Celant, che ricostruisce le origini del movimento tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta e documenta le ricerche di artisti come Walter De Maria, Michael Heizer e Robert Smithson. Un inverno denso di “novecento”, che sicuramente farà contenti molti e gridare a qualcuno un “mancato appuntamento” con le tendenze di oggi. Che voglia dire qualcosa?