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La Scala in mostra. Il Teatro più bello del mondo compie 240 anni. E continua a muoversi

di - 5 Dicembre 2018
Tra i teatri d’opera, la Scala di Milano è senz’altro quello più famoso di tutti. Stendhal, non per nulla, lo aveva definito “il primo teatro del mondo”. Sono passati 240 anni da quel 1778, quando venne inaugurato l’edificio realizzato su progetto di Giuseppe Piermarini ma nel corso del tempo sono stati numerosi gli interventi di ampliamento e rinnovamento, l’ultimo dei quali quello dell’architetto Mario Botta nel 2004.
Quando si parla della Scala, però, prevalgono per ovvie ragioni gli aspetti musicali: ci si sofferma soprattutto sulle performances canore degli artisti che hanno calcato il palcoscenico e sulle capacità interpretative dei direttori d’orchestra che si sono succeduti sul podio. Perché alla fine sono questi gli elementi che hanno contribuito e contribuiscono al prestigio del suo nome. L’aspetto architettonico di questa meraviglia spesso passa in second’ordine. Un po’ come la lettera rubata di Poe – come dice Fulvio Ierace, uno dei due curatori, insieme a Pier Luigi Panza – che sta sotto gli occhi di tutti ma che nessuno vede. E, invece, il teatro, inteso come edificio, non va considerata una reliquia del passato ma un organismo vivente anche perché ha spesso cambiato pelle, creando ogni volta polemiche, in gran parte pretestuose.
Giusto, quindi, dedicare una mostra, che resterà aperta fino al 30 aprile 2019, all’edificio, un camaleonte architettonico, che ha subito nel tempo numerosi interventi, sia estetici, per abbellirlo, con arredi e decorazioni, sia funzionali, per ristrutturarlo dal punto di vista logistico e tecnico, sia per ricostruirlo quando, per cause diverse, come incendi o bombardamenti durante la guerra, aveva subito gravi danni. La Mostra, realizzata in collaborazione con Intesa Sanpaolo e grazie ai partner Edison e Mapei, è stata allestita negli Spazi della Biblioteca Livia Simoni e si avvale di numerosi contributi filmati – nella sala video vengono presentati rari documenti della storia scaligera – e in sequenza cronologica, come grandi pagine di un libro sulle pareti – sono riportati gli avvenimenti salienti che hanno coinvolto la Scala e la piazza antistante. Da segnalare, per l’originalità dell’idea, i 30 leggii-video, collocati nella sala principale, che evocano l’idea di un’orchestra con un loop di immagini delle diverse epoche che vi scorrono sopra.
Negli anni, gli architetti che si sono succeduti in questa opera sono molti. Dopo l’intervento iniziale del Piermarini nel 1778, la cui spesa fu preventivata in 494.400 lire, nel 1813 Innocenzo Domenico Giusti e Luigi Canonica costruirono il fronte del teatro lungo via Verdi, e ampliarono di 16 metri la profondità del palcoscenico. Tra il 1821 ed il 1830, per opera diretta e ispirazione di Alessandro Sanquirico, architetto e scenografo, la grande sala subì consistenti rinnovamenti. Nel 1883, la Scala fu il primo teatro al mondo a sostituire le lampade a olio per l’illuminazione con l’elettricità, grazie alla Edison: da ricordare, il lampadario di cristallo di Boemia, con 352 lampade, vero gioiello, distrutto durante l’ultima conflitto mondiale e poi ricostruito. Nel 1920 un altro ingegnere, Cesare Albertini rivoluzionò il palcoscenico e dal 1932 Luigi Lorenzo Secchi rinnovò tutti gli interni secondo lo stile Nuovo Impero. Senza dimenticare gli interventi voluti da Arturo Toscanini che fece rifare il “golfo mistico”, dove si trova l’orchestra. Nel ridotto dei Palchi, è poi possibile ammirare il modello in scala del teatro, la cosiddetta maquette, realizzata di Ivan Kunz, che consente di cogliere nell’insieme tutta la struttura dell’edificio, osservando in sezione anche gli interni tridimensionali.
Ecco perché si parla di “fabbrica” della Scala. Perché come il Duomo, il cantiere è in continuo movimento e, infatti, sotto la guida dell’architetto Botta è in corso un nuovo progetto che prevede la realizzazione di un edificio in via Verdi che dovrebbe consentire uno sviluppo della profondità scenica della Scala di oltre 70 metri. Il termine dell’opera è ancora incerto, si parla del 2020/2022. (Ugo Perugini)
In home e in alto: foto di Andrea Martiradonna

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