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L’altra Turchia. Alla scoperta della Biennale di Sinope, dagli shorts alla Guerra Fredda

di - 27 Giugno 2019
Se la Biennale di Istanbul, nel corso di 16 edizioni, si è guadagnata un posto di primo piano, nel novero delle manifestazioni internazionalmente riconosciute e dedicate all’arte contemporanea, in Turchia si prospetta anche un altro appuntamento da non perdere, per questo 2019. Meno conosciuta ma con potenzialità tutte da esprimere, la Biennale di Sinope promette di farne vedere delle belle e, per la sua settima edizione, curata da Asli Serbest e Mona Mahall, schiera un pool di artisti e contributor di tutto rispetto, da Ana Filipovic a Hito Steyerl.
In quanto al tema, è evidente che una realtà più piccola, rispetto alla sorella maggiore sul Bosforo, possa godere di una maggiore libertà di movimento. E infatti, prendendo spunto dalla poetica di Adrienne Rich, scrittrice e attivista statunitense conosciuta per le sue radicali posizioni politiche e femministe, la Biennale di Sinope lavorerà su Here and Where, cioè sul qui e sul dove, sull’ideologia del luogo e dello spazio, prendendo come caso di studio il contesto geografico e storico di Sinope, considerata la porta del Mar Nero.
Situata nella penisola di Botzepe e affacciata sul Mar Nero, dalla costa del Ponto, circondata da colline e strette spiagge, Sinope è un centro dedito all’industria cantieristica e alla pesca, alla coltivazione del lino, del tabacco e del mais e sta vivendo un vivace fermento turistico, per le sue emergenze archeologiche. Fondata da coloni greci nel 630 a.C., diede i natali al cinico Diogene e fu nominata da Senofonte nel viaggio della sua Anabasi. Quello che noi, oggi, chiamiamo Rosso Pompeiano, i pompeiani lo chiamavano Rosso di Sinope. Qui, secondo Plinio, si produceva originariamente quell’ocra rossa con forte percentuale di ossido ferrico poi usata per le pitture murali di Pompei. Occupata dai persiani, conquistata da Alessandro Magno, dedotta come colonia romana da Giulio Cesare, diventò il porto più importante dell’area. Oggi è conosciuta come una città felice, non ci sono semafori, le donne camminano tranquillamente in shorts e i pub possono aprire anche a meno di 100 metri da una moschea, in barba a una legge del 2013.
Epicentro della Biennale sarà il mercato di Hal, nel cuore della città. Partendo da questa area nevralgica, saranno attivati processi di collaborazione e relazione in situ, per raccogliere storie, esperienze e conoscenze, in particolare quelle riguardanti episodi di resistenza sociale e politica. Lo sguardo si amplierà, quindi, verso la regione del Mar Nero e all’interno della sua densa contemporaneità, dalla Guerra Fredda ai flussi petroliferi. Tutti i lavori, quindi, saranno inediti e specificamente contestualizzati.

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