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L’arte che scuote la coscienza. Ernesto Jannini ricorda Mauro Staccioli

di - 5 Gennaio 2018
La scomparsa di Mauro Staccioli mi colpisce nel profondo. E’ stato uno degli artisti più limpidi e coerenti. Era una bella persona, alla quale non si poteva che volerle bene. Avrei voluto partecipare ai funerali che si sono svolti ieri a Volterra, ma ero impossibilitato a raggiungere la Toscania.
In realtà ho interloquito con lui poche volte. Ricordo un convegno alla fondazione Noesi di Martina Franca con Lidia Carrieri in prima linea, ovviamente, Enrico Crispolti,Vittorio Fagone, Pietro Coletta, Fernando De Filippi, Pietro Marino,Gabriele Perretta, Stefano Taccone… Fui invitato per rievocare lo spirito degli anni ’70 e parlare del gruppo degli Ambulanti. Lo incontrai moltissimi anni fa pure a Como, ad una sua mostra, che andai a visitare con dei giovani. Si sa che Staccioli con gli adolescenti ha avuto molto a che fare, come docente nei licei e poi come dirigente. Mi piace ricordarlo come un “buon rieducatore” avrebbe detto Giovanni Jervis; cioè tra coloro che come ha ben rimarcato Fabio Cavallucci nel suo recente ricordo proprio su queste pagine, si mettono al servizio del “progresso civile e sociale”. I ragazzi gli domandavano il “senso” delle sue sculture-intervento ed egli rispondeva “per sollecitare, scuotere la coscienza”. Era il monito degli anni settanta, la sfida lanciata già nella sua terra a partire dal 1972 e, successivamente, con la mitica Volterra 1973, capitanata da Enrico Crispolti, con la quale si dava inizio ad un differente orientamento dell’arte vissuto a contatto diretto con la gente.
Le sue prime sculture-interventi s’ incuneavano nella routine del vissuto antropologico urbano, nello spazio-tempo delle nostre città e suscitavano nuove attese. Il rapporto con l’ambiente -pareva suggerici Staccioli con la sua opera- sia esso urbano o naturale, implica la nozione di responsabilità, intesa come partecipazione attiva e creativa alla edificazione della polis; l’opera è il segno del risveglio, della critica, della coscienza vigile che cresce in un rapporto di effettiva reciprocità. Così pure quando s’interviene “in natura”; e lui operava con le forme semplici e pure della geometria stabilendo con madre terra un rapporto armonico, direi quasi “classico”: come sempre si verifica nella storia, quando tra l’uomo e la natura si stabilisce una proficua alleanza. Nei dintorni di Volterra, viaggiando in auto nella magnificenza del paesaggio, ci si imbatte nei sui segni che dialogano con l’ambiente. Quando vidi la prima volta queste opere collocate nella splendida natura toscana provai la stessa emozione che affiorò in me di fronte alla Rotonda del Palladio. L’Anello di San Martino ne è un esempio, un lascito prezioso. Un segno che dialoga perfettamente con l’orizzonte, con il nord, il sud, l’est e l’ovest che annullano la loro convenzionalità connettendosi con la potenza armonizzatrice dell’arte. (Ernesto Jannini)

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