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Lea Mattarella, una vita tra parole e immagini. Le parole di Guglielmo Gigliotti | |

di - 2 Gennaio 2018
Guglielmo Gigliotti ricorda Lea Mattarella, scomparsa il primo gennaio.
Non tutto muore di chi muore, e forse Lea, come diceva Sant’Agostino, è solo nella stanza vicina. In questa stanza Lea Mattarella ci è andata sospinta, nelle prime ore dell’anno appena iniziato, da un male incurabile che non le aveva turbato fino alla fine il sorriso. Di Lea non muore infatti l’allegria, la capacità di stare gioiosamente insieme agli altri, la voce squillante con cui partecipava alle discussioni tra amici o tra colleghi, nei giornali ai quali ha collaborato (“La Stampa”, “La Repubblica”, tra gli altri), nelle Accademie di Belle Arti dove ha insegnato Storia dell’arte (a Napoli e a Roma, le ultime sedi), con i galleristi e i direttori di musei per i quali ha curato mostre (tra le tante un’antologica di Salvador Dalì a Roma nel 2012). Lea era una forza attrattiva della natura, il suo sguardo dolce attirava energie, era bello stare con lei, è bello ora pensarla. Della rivista “Zeusi”, fondata tre anni fa con altri colleghi dell’Accademia di Belle Arti di Napoli e diretta da Marco Di Capua, Lea era la forza propulsiva, non solo in quanto caporedattrice, ma in quanto intelligenza operativa, stimolo intellettuale, slancio ideativo. Lea aveva sempre le idee chiare. La sua scrittura era al contempo immaginativa e limpida. «Quando uno non è chiaro è perché non ha chiaro cosa vuole dire», diceva Lea. E poi: «Io uso le parole per far vedere le immagini». Non dimenticheremo mai il rispetto che Lea Mattarella ha avuto per queste enigmatiche entità dell’intelletto che si interroga sul senso della vita e della morte, la parola e l’immagine, i due specchi in cui scrutava il suo esserci, camminando insieme a noi. «Non potrei vivere senza l’arte e neanche senza la narrativa», diceva. È stata quindi storica dell’arte per ineludibile destino, se storico dell’arte è anche chi sposa in un solo respiro racconto e riflesso iconico. Il fatto è che la sua scrittura nasceva da un grande amore per la lettura. Musil, Proust, Yourcenar erano i suoi idoli. Ma poi citava spesso anche Marisa Volpi, di cui apprezzava all’università le lezioni piene di riferimenti alla letteratura. Come maestra di scrittura critica menzionava sempre l’amata Lorenza Trucchi. Quanto Lea apprendeva dagli altri, lo trasmetteva agli altri: di qui il suo legame con gli studenti, da cui diceva di dare tanto ma di ricevere sempre, in un circuito ininterrotto di energia. Alla figlia Ottavia era legata non solo da fortissimo amore, ma da una complicità profonda tra esseri. E poi c’era l’amore per i cani, quelli che salvava da condizioni disperate, che si portava con sé in casa, curandoli come avrebbe voluto fare con tutti gli animali del mondo. Tutto questo era Lea, tutto questo è Lea. (Guglielmo Gigliotti)

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