At Eternity’s Gate è l’ultimo film dell’artista e regista Julian Schnabel, presentato alla 75ma mostra del cinema di Venezia e che è valso al protagonista Willem Dafoe la prestigiosa Coppa Volpi come miglior attore protagonista. La storia racconta gli ultimi anni della vita del tormentato pittore olandese Vincent Van Gogh, mettendo in scena un aspetto della sua personalità sul quale si è scritto e raccontato molto ma che qui assume vesti nuove. Il Van Gogh di Schnabel, infatti, esula dall’essere il personaggio di un affresco biografico incentrato su un aspetto, quello della follia, che ha la forma di chiacchiericcio sulla bocca di tutti. È un Van Gogh che si racconta intimamente, in maniera soggettiva, anche grazie a un lavoro impeccabile di fotografia, merito di Benoît Delhomme, e a una sceneggiatura precisa, sintetica e mai ridondante.
Accompagnano il pittore, da protagonisti, una luce calda, un silenzio ripetuto e una psicosi mai esasperata. Il grande artista viene descritto quasi come un bambino e il suo disturbo prende i tratti di un capriccio infantile, che emerge sia in solitudine che nei rapporti interpersonali, da quello simbiotico con il fratello Theo, interpretato da Rupert Friend, a quello turbolento e ambiguo con Paul Gauguin, impersonato da Oscar Isaac. Il film ha la forma di un racconto impreciso, tuttavia tale imprecisione non distrae lo spettatore, che è invitato a perdersi, insieme al protagonista, tra i paesaggi provenzali e la camera in soggettiva “sporca” di lacrime, sentendosi parte della potenza della natura, unica compagna fedele del pittore. Un film che avvicina lo spettatore all’artista-uomo, dissacrando il mito e i pettegolezzi, preferendo la reticenza alla ridondanza e offrendo un ritratto umano, che va oltre i giudizi qualitativi.