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L’evidenza invisibile, nei ritratti di Olivia Mae Pendergast alla Sala2Architettura di Roma

di - 28 Dicembre 2018
Dai ritratti di Olivia Mae Pendergast emerge una quieta e dolce solitudine, una purezza soave che cela inquietudine e malinconia. Nella sua prima mostra europea curata da Daniele Garritano su progetto di DiffèArt, visitabile presso SALA2Architettura, a Roma, l’artista americana, così affascinata dalla cultura africana da trasferirsi nel 2016 in Kenya, presenta quattordici lavori inediti, frutto di una ricerca che parte dai sobborghi più poveri e sovraffollati di Nairobi, città dove ha scelto di lavorare e vivere con la sua famiglia, e che nasce da quella che lei stessa chiama “ossessione delle persone”.
Esplorando gli slums della città la pittrice trova i suoi soggetti, molto spesso femminili, e li coinvolge, quasi per gioco, per pochi minuti, a posare per delle foto; cerca di instaurare una connessione con loro, una forma di comprensione reciproca, di metterle e mettersi a proprio agio tra lo stretto e casuale groviglio di vie, in cui solo i teli ricamati appesi alle porte o alle finestre delle abitazioni fanno da ornamento alla Babele di mattoni e lamiere; aspetta, da spettatrice paziente e imparziale, un atteggiamento usuale, il gesto ripetuto e caratteristico che racconti quella persona seduta di fronte casa o appoggiata al muro di un fabbricato, e ferma l’istante. Ma una volta tornata alla pace e al silenzio del suo luminoso studio, dallo sguardo fotografico, Olivia Pendergast elabora una visione diversa, i suoi soggetti evolvono e si trasformano.
Lo scopo non è più la ritrattistica formale, non è più quel gesto particolare prima tanto ricercato che ora viene esaltato; le figure sulle tele si ingrandiscono, diventano solitarie, sproporzionate nei lori solidi busti campiti di colore ad olio e nelle lunghe ed esili braccia, spesso assorte a pensare ed incastonate in uno sfondo evanescente di ricami incisi. I lineamenti dei volti, come i margini delle maglie e le dita affusolate scolpite dai segni veloci del carboncino, sono gli unici elementi che rendono concreto quel testimone velato che galleggia in uno spazio vuoto, irradiato di luce, fatto di sentimenti, relazioni umane e diversità; questo spazio richiama ad un’affettività quasi familiare, che unisce il soggetto all’ambiente e avvolge l’osservatore stesso.
Nel nuovo allestimento dopo la sua prima tappa cosentina, “Kindness L’evidenza invisibile”, fino al 28 dicembre negli spazi di SALA2Architettura, si arricchisce di tre nuove opere ed è accompagnata dalla proiezione della docu-intervista di Natasha Sweeney, “Olivia Pendergast – RELATE”, che racconta le scelte e le decisioni, spesso le difficoltà, del lavoro antropologico dell’artista alla ricerca dell’evidenza invisibile. (Elisa Eutizi)

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