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L’innovazione culturale? Passa anche per la performance. Parola di Compagnia di San Paolo e Fondazione Cariplo, in occasione di un “ReDISCOvery” torinese

di - 7 Maggio 2017
In entrambi i casi, la policy, è quella di sostenere lo sviluppo culturale dei propri territori e non solo. Stiamo parlando di Compagnia di San Paolo e Fondazione Cariplo, i cui enti hanno dialogato poco tempo fa a BASE Milano, confrontandosi sulla messa a punto di quell’ecosistema che è la produzione della cultura, e lo scambio di “best practices” che possano influenzare un percorso.
Insomma non si tratta di una semplice elargizione di denaro ma di guidare le forze verso una direzione che metta in stretta connessione l’imprenditorialità e l’autorialità, affiancare i progetti premiati con dei percorsi ad hoc di empowerment, basati sullo studio delle criticità, e sul confronto diretto con chi “ce l’ha fatta”. E le esperienze del premio ORA! di Compagnia di San Paolo e i vincitori del bando IC di Cariplo delle scorse edizioni, raccontano bene quali sono i risultati, formando un altro ideale assist Torino-Milano.
Francesca Gambetta, di Compagnia di San Paolo, spiega: «Non disperdere ciò che si era investito negli anni precedenti è fondamentale. Ecco perché ORA! chiede alle idee più innovative di situarsi all’interno di realtà non solo culturali ma anche sociali e territorialmente presenti, nei luoghi interessati».
La risposta, da parte dei soggetti partecipanti, non si fa attendere: all’ultima edizione di ORA! e IC hanno chiesto finanziamenti rispettivamente 250 e 450 partecipanti, sintomo non solo di un grande fermento culturale, ma anche della voglia di lavorare sull’innovazione culturale, settore che si può definire un’eccellenza completamente italiana, visto che a promuoverlo nel nostro Paese sono solamente i grandi istituti di credito, con altri cinque-sei esempi nel mondo. Ma cosa si fa, esattamente, quando si sceglie di finanziare un progetto secondo una policy di “innovazione culturale”? Ci si assume anche la responsabilità di un fallimento, prima di tutto, e soprattutto si lascia campo libero anche per veri e propri “concetti” dell’arte, o performativi, come per esempio quel che è stato per Animal Spirits del collettivo Mali Weil, che a Centrale Fies lo scorso anno ha messo in scena uno spazio sul limitare del bosco dove veniva evocata la capacità di agire, in uno store “dove acquistare potenza autonoma”, con una serie di strumenti ideati da una serie di designer per innescare “l’animale politico” umano.
Insomma, non è detto che si tratti di “prodotti” nel vero senso del termine, ma anche di dispositivi mentali, passateci il termine, per poter riattualizzare insieme agli attori delle varie pratiche anche la capacità di generare pensiero e cultura, appunto.
Una serie di “ponti mobili” che possano unire pratiche e comunità, con i mezzi più differenti, per una reale evoluzione. «È necessario avere la consapevolezza di calare l’idea nella realtà in cui si va ad operare, è per quello che bisogna valutare attentamente il profilo che si va a sostenere: per avere ricadute sociali ed economiche sostenibili», ci spiega Alessandro Rubini, di Fondazione Cariplo. Un’altra occasione buona per saperne di più, se vi interessa l’Area Innovazione Culturale e quel che viene definito “empowerment”, ovvero lo studio delle capacità attuative e della sostenibilità nel tempo dei progetti, con anche l’obiettivo di aumentare il patrimonio conoscitivo a disposizione, l’appuntamento è a Genova presso il Teatro della Tosse il prossimo 8 e 9 maggio, con il debutto di ReDISCOvery, progetto promosso dall’associazione Docabout e sostenuto da Compagnia di San Paolo grazie al Bando ORA! (www.rediscovery.it).
In alto: Federico Sacchi, credit Anna Alciati, due42

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