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Luca Massimo Barbero ci ha raccontato com’era la Venezia di Peggy Guggenheim

di - 19 Giugno 2019
Nuovo appuntamento giovedì, 20 giugno, con “Incroci” alla Collezione Peggy Guggenheim di Venezia, il ciclo di appuntamenti che coinvolge artisti, studiosi, curatori e scrittori chiamati a raccontare storie inedite riguardanti Peggy Guggenheim e la sua collezione. Domani, a prendere la parola sarà Luca Massimo Barbero, Direttore dell’Istituto di Storia dell’arte della Fondazione Giorgio Cini e Curatore associato della Collezione Peggy Guggenheim, che porterà il pubblico in un viaggio alla scoperta dell’ambiente artistico che ruotava attorno alla mecenate e collezionista nei trent’anni, dal 1949 al 1979, in cui visse a Venezia. Ecco qualche sua anticipazione degli argomenti al centro dell’incontro.
Che cosa si può scoprire sulla vita di Peggy Guggenheim e sull’ambiente artistico di Venezia, negli anni in cui lei vi ha vissuto, ascoltando questi incontri?
«Un aspetto curioso, e poco noto di questi anni, è proprio la velocità con la quale Peggy si muove non appena giunge a Venezia: prende immediatamente informazioni sui luoghi d’incontro e altrettanto celermente entra in diretto contatto con le figure e gli artisti cardine del panorama italiano. Penso a Giuseppe Santomaso ad Emilio Vedova, alle straordinarie frequentazioni del ristorante All’Angelo che, proprio tra 1948 e 1950, era l’ambiente d’avanguardia della città e sede del movimento del Fronte Nuovo delle Arti. Quindi Peggy compie fin da subito un’operazione di ricerca e d’indagine, andando direttamente “alla fonte” dall’arte.
Dall’altro lato è proprio a Venezia che fa i primi acquisti di arte italiana ed europea, avvicinandosi al brillante ambiente della Galleria del Cavallino di Carlo Cardazzo. Tra i primi nomi figurano Renato Birolli, che poi donerà alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, ed Armando Pizzinato che lascerà invece, come consuetudine, al MOMA di New York. A questi seguiranno artisti di fama internazionale come Asger Jorn o Karel Appel. È capitale poi ricordare la forza propulsiva che proprio il gallerista ebbe nella luminosa carriera e vicenda biografica di Tancredi che, grazie a Peggy, entrò nelle collezioni dei musei americani. Peggy diviene per Venezia, ma non solo, una centrale propulsiva dell’arte internazionale».
A che punto è la ricerca sull’ambiente che si era creato attorno alla collezionista in quegli anni a Venezia? Quali sono gli aspetti su cui c’è più da lavorare?
«Peggy e la sua collezione diventano da subito una sorta di dispositivo d’aggiornamento dell’arte contemporanea in Italia e in Europa. Questo per due ragioni: l’esposizione della sua collezione alla Biennale del 1948 seguita, due anni più tardi, dall’ormai mitica personale di Jackson Pollock allestita nell’Ala Napoleonica del Museo Correr. La sua abitazione veneziana diviene inoltre un punto di riferimento per tutti gli artisti che vogliano aggiornare il proprio linguaggio. È proprio Giuseppe Marchiori, che ella incontra All’Angelo, figura di punta della critica artistica di quegli anni, ad organizzare una grande mostra di scultura presso la casa di Peggy nel 1949 Palazzo Venier de’ Leoni diventa dunque un faro, un punto d’incontro per tutti coloro che vivono o sono semplicemente di passaggio a Venezia.
Aspetti certamente nevralgici da approfondire sono legati alle relazioni che Peggy intesse con i grandi direttori dei musei, gli intellettuali, gli scrittori e gli artisti che passano per la casa. Altro lato meno noto è legato proprio agli acquisti che Peggy implementa nei suoi anni italiani: la sua è una collezione vitale, lungi dall’essere terminata al momento del suo trasferimento a Venezia, basti pensare al celeberrimo René Magritte (L’Empire des lumières) o allo Studio per scimpanzé di Francis Bacon (1957). La collezione di Peggy è perciò cresciuta negli anni italiani, percorrendo scelte autonome ed originali, guidate da un’inesauribile curiosità; anni che ancora non sono stati studiati con un approccio esaustivo».
Gli incontri del ciclo “Incroci” si svolgono due volte al giorno, alle 11, in lingua inglese, e alle 15, in lingua italiana, a Palazzo Venier de’ Leoni, nelle sale della Collezione Peggy Guggenheim (la partecipazione è compresa nel biglietto d’ingresso al museo e non è necessaria la prenotazione). Prossimo appuntamento, il 12 settembre, con l’intervento di Luca Scarlini, che racconterà la storia di Palazzo Venier de’ Leoni, un edificio il cui progetto non fu mai ultimato ma che è divenuto uno dei simboli di Venezia. (Silvia Conta)
In alto: foto di Alessandro Moggi

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