Non sono poi tanti pezzi, ma la trasferta di Antonio Canova, con le ultime sette opere al Metropolitan di New York, viste negli scorsi mesi anche nelle Gallerie d’Italia di Intesa Sanpaolo di Milano, è un evento di portata decisamente ingombrante. Perché è la prima volta che le storie del Vecchio e del Nuovo Testamento, in una serie di modelli in gesso in scala reale, varcano l’oceano e approdano negli Stati Uniti (fino al 27 aprile), sia perché si tratta di un particolare del grande “mosaico” di 32 pezzi che avrebbe dovuto ornare il Tempio Canoviano di Possagno, di cui vennero completati però solo questi ultimi sette. Canova aveva lavorato sui modelli in argilla in scala tra il dicembre 1821 e l’aprile 1822, completando all’epoca quattro rilievi presi dal Libro della Genesi e tre dal Vangelo di Luca: La Creazione del Mondo, La Creazione di Adamo, Caino e Abele, Il Sacrificio di Isacco, L’Annunciazione, La Visitazione, e La Presentazione di Gesù al Tempio. Provenienti in gran parte dalle gallerie dell’Accademia di Venezia, e uno dalla Gipsoteca di Possagno, provengono da due anni di accurati restauri, avvenuti come aveva ricordato il direttore delle Gallerie dell’Accademia Matteo Ceriana, durante la presentazione a Milano, nello scorso ottobre, «nonostante le scarse risorse ministeriali, perché le gallerie dell’Accademia hanno un debito enorme verso Canova, ultimo grande artista oltre che italiano veneziano di levatura internazionale, che studiò proprio lì e che sempre vi rimase legato». L’ultimo dei fuoriusciti, e l’ultimo dei fuoriclasse. In una vera consacrazione di quello che, forse per una volta non a sproposito, si potrebbe definire il “genio italiano”.