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L’uomo che ama la Cina. E la sua arte. Ai Frigorigeri Milenesi, incontro con Uli Sigg

di - 6 Luglio 2018
Con “The Sigg Collection. A story of Chinese Contemporary Art”, si conclude, ai Frigoriferi Milanesi, il ciclo di tre appuntamenti del Public Program ideato da FM Centro per l’Arte Contemporanea, in occasione della mostra “The Szechwan Tale. China, Theatre and History”. Dopo l’incontro con Lü Peng, storico dell’arte e direttore artistico della Biennale di Anren, e con l’artista Liu Ding e il focus sul mercato dell’arte contemporanea in Cina, è la volta del collezionista Uli Sigg.
Esiste un problema di presentazione, come osserva Marco Scotini, Direttore Artistico di FM Centro per l’Arte Contemporanea, della figura di Uli Sigg. Bisognerebbe parafrasare il titolo della biografia di Simon Winchester “L’uomo che amava la Cina” per descrivere colui che, concordemente, viene definito come il principale collezionista di arte contemporanea cinese al mondo.
Uomo d’affari del gruppo Schindler negli anni ’70, ambasciatore svizzero per la Cina tra il 1995 e il 1998, quando ha occasione di conoscere la mostra “China Avant-Garde”, e membro del consiglio internazionale del MoMa di New York e della Tate di Londra, è solo nel 1990 che Uli Sigg decide di avviare una collezione. Il motivo primario è legato al processo di emancipazione dell’arte cinese dall’arte occidentale e allo sviluppo di un suo carattere peculiare, con l’affermarsi del realismo cinico di Yue Minjun, Fang Lijun e Zhang Xiaogang.
In conversazione con Silvia Simoncelli, Course Leader del Master Accademico in Contemporary Art Markets di NABA, Uli Sigg racconta le origini della sua sorprendente collezione, circa 3mila opere di 350 artisti cinesi, di cui 1500 verranno donate al nascente museo di arte contemporanea M+ di Hong Kong, progettato da Herzog & de Meuron. «Il collezionista è una persona libera, ma quando la collezione diventa rilevante, allora subentra la responsabilità nei confronti delle istituzioni, cioè donare la collezione», sostiene Uli Sigg.
Attraverso una selezione di immagini, che spazia dall’arte cinese degli anni ’70 agli inizi del XXI Secolo, dal Realismo Socialista di Sun Guoqi alle città portatili di Yin Xiuzhen, Uli Sigg descrive i tratti salienti della sua collezione e il contesto politico-culturale cinese in cui si trovò ad operare. In Cina, nel 1990, non esisteva un sistema dell’arte strutturato, né i collezionisti né le istituzioni guardavano all’arte cinese e il mercato era tanto evanescente che Sigg decise di collezionare secondo una modalità museale, per creare una raccolta di materiale Open Source che permettesse di tracciare infiniti percorsi curatoriali.
Ciò che rende straordinaria e vivace la collezione è il rapporto di amicizia che Sigg ha creato negli anni con gli artisti cinesi, incontrandoli direttamente negli studi, discutendo in inglese dove possibile (è il caso di Ai Weiwei), fornendo consigli e strategie e, inevitabilmente, acquistando. Nel 1999 il curatore svizzero Harald Szeemann chiede aiuto a Sigg per selezionare un gruppo di artisti cinesi da proporre all’interno della Biennale di Venezia. Ha così inizio il processo di diffusione dell’avanguardia cinese in Occidente e lo sviluppo dei primi contatti tra curatori europei e artisti cinesi.
Le mostre della collezione Sigg, organizzate dal 2005 al 2018, da Lucerna all’Australia passando per Hong Kong, accelerano la circolazione delle opere di arte contemporanea cinese e permettono al vasto pubblico di coglierne sia i segni peculiari della tradizione, che la profondità concettuale impiegata nella rielaborazione degli stilemi classici.
Quali altri sviluppi si possono prevedere per questa avventura cinese? (Petra Chiodi)

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