Alla Fabbrica del Vapore, in occasione del Salone del Mobile, è stato presentato Erbario di Frate Cassio, il nuovo volume di Gaetano Fracassio che giunge a corona dell’articolato progetto Il peccatore ateo devoto, allestito per la prima volta un anno fa, sempre negli spazi di Via Procaccini a Milano. Il 12 maggio il volume verrà presentato anche alla Fondazione Federica Galli (Milano). Si tratta di un libro a tiratura limitata con trenta tavole dipinte su tela di piante e venti disegni antropomorfi, ciascuno con didascalia e testi poetici, che nella veste di tratto scientifico sul mondo vegetale, cela una riflessione trasversale e carica d’ironia sul rapporto dell’uomo con natura e religione. Con questo lavoro la casa editrice De Arte inaugura la nuova collana editoriale Solo, una serie di volumi monotematici che singoli autori realizzeranno, nel corso di un anno, accompagnando immagini e testi con video, performance e altre sorprese.
Abbiamo incontrato Gaetano Fracassio per esplorare le ragioni del suo volume.
Come si colloca questo lavoro nella tua ricerca?
«L’erbario antropomorfo è costituito fa trenta tavole in cui culmina un progetto più ampio e complesso, già ospitato un anno fa dalla Fabbrica del Vapore, in occasione della mia personale “Dal pleistocene a Fracassio”, per il Fuori Salone. Erano presenti quindici installazioni, di cui la maggiore era una grande edicola lignea e mobile (su ruote) da me costruita come omaggio all’Ultima Cena di Leonardo Da Vinci. Da un lato dell’edicola era rappresentata una mia interpretazione dell’ultima cena, sul lato opposto erano collocate le tavole dell’Erbario. Assieme a ciò è stato proiettato il film “Il peccatore ateo devoto”, scritto, girato e prodotto da me. Sono tre parti distinti di un’unica opera, una sorta di “polittico”, tra atti in un unico corpo».
Quale elemento unisce questi tre lavori?
«L’Erbario antropomorfo, con disegni fantasiosi ispirati all’estetica degli antichi erbari, è il “punto” di riconciliazione tra la natura e la storia dell’uomo. Il mio lavoro, infatti, è basato sul concetto di inconsapevolezza e azzarda un parallelismo tra religione e piante: entrambe sono – nella loro essenza – neutre e “inconsapevoli” dei loro potenziali effetti sull’essere umano. Così come una pianta può avere degli effetti curativi se usata nel modo corretto e può condurre, invece, alla morte, se usata in modo errato; così la religione può essere elemento positivo, di sostegno, conforto, nutrimento spirituale per le persone, così come può essere fonte di fanatismo. La religione e la natura sono, quindi, “inconsapevoli” dei possibili effetti del loro utilizzo, al contrario l’uomo ne fa un uso consapevole, che è ciò che fa la differenza tra un uso positivo o negativo. Attorno a ciò ho elaborato anche il film Il peccatore ateo devoto legato all’ultima cena (l’edicola è il luogo dove essa di svolge), in cui già dal titolo si può comprendere come sia basato sugli ossimori per aprirsi a nuovi punti di vista».
Da dove nasce questo tuo modo di procede?
«L’attitudine alla narrazione, alla regia è parte di me, fin da bambino amavo realizzare piccoli spettacoli teatrali con le mie sorelle. A livello professionale vengo dalla comunicazione, per me l’arte è comunicazione: nella mia ricerca non c’è mai senso estetico puro, ma sempre il dispiegarsi di un racconto. Utilizzo pittura, scultura, installazione e video, ma più che un artista mi sento un “cantastorie”, un “apprendista stregone”. Non a caso nell’Erbario nasce questo personaggio, Frate Cassio, ispirato ad un monaco realmente esistito tra i miei antenati: l’ho immaginato a fare ricerca nel suo convento, a cercare il senso della vita nell’annotare le sue osservazioni sulle piante. Anche io sono uno che annota, lungo un viaggio che è il vissuto. Annoto il passare del tempo». (Silvia Conta)