New York Art Week/3. Evviva la pittura, in un Armory Show preso d'assalto nonostante la tormenta
E il meteo da catastrofe non ha scoraggiato nessuno, anzi: i corridoi sono pieni già dalle primissime ore di “vip”, addetti ai lavori e volti noti dell’arte internazionale.
Un buon segno, per una fiera che è “fiera” nel vero senso della parola: offerta vastissima tra numero di partecipazioni e opere esposte, con un trend bello e buono che, in realtà, si riscontra ormai da parecchio. Quale? Chiamiamolo pure “trionfo della pittura”.
Astratta, informale, figurativa, su tessuto, su fotografia, su tela, su tavola, in formato gigante e piccolo, monocroma, espressionista, mixando media o pura, purché si tratti di una superficie bidimensionale, e appesa.
I video scarseggiano, la fotografia pure, le installazioni sono poche e non sempre convincenti. E invece questa pittura sì, è buona davvero.
Ma andiamo per gradi: l’area migliore è quella dedicata alle gallerie con meno di dieci anni di attività, la sezione “Present”, in fondo al Pier 94. Sono 26 e vengono dai quattro angoli del mondo: Cuba, Inghilterra, Perù, Francia, e portano con loro una ventata di freschezza. La migliore, senza dubbio, è Parafin di Londra, con una clamorosa parete di pittura, manco a farlo apposta, di Justin Mortimer, che porta il nome di “Hoax Series”: fiori recisi su sfondi psichedelici, come di pellicole fotografiche bruciate, frame di celluloide bagnata nell’acido. Hanno dimensioni ridotte, e resocontano di still life con margherite o tulipani che assumo tratti coloratissimi e violenti (in home page).
Poco lontano, alla norvegese OSL Contemporary, un solo show dedicato alla pittrice e illustratrice Vanessa Baird. Classe 1963, la Baird, attraverso un segno graffiante, ci mostra la condizione del nostro mondo: violenza, pornografia, inquinamento in bella vista, coprendo tutte le pareti dello stand con un “tutto tondo” che ricorda l’immaginario di Bosch e le sue bestie e bestialità (sopra).
Tra gli stand migliori di questo calderone vanno segnalati sicuramente anche quello di Lelong (Parigi) con Alfredo Jaar e la documentazione del suo A logo for America (1987), Jaume Plensa e Gunter Forg; gli italiani di P420, in particolare per le splendide pitture su tela grezza di Helene Appel, che sceneggia un quotidiano banale che diviene astratto, in questo caso attraverso i ritratti di schiuma e sabbia; Regen di Los Angeles, con Glenn Ligon, una bella parete dedicata a Ryan Trecartin e Sue Williams; un bellissimo arazzo di Kiki Smith per Lorcan O’Neill, mentre alla Castillo di Miami i tessuti di Sanford Biggers. Nella sezione “Insight”, al Pier 92, nota di merito invece a Richard Saltoun e alla selezione di opere di Li Yuan-Chia nell’allestimento curato da Paola Ugolini. Nato in Cina e per una serie di vicissitudini personali arrivato in Italia, amico di Lucio Fontana e fondatore del gruppo “Il Punto” con Dadamaino, Calderara e Azuma, di Yuan-Chia colpisce il percorso che parte da pitture di segno prettamente orientale alla bellezza e algidità di forme analitiche, minimali, dove il bianco gioca con il rosso in un alternarsi di sollecitazioni visive.
Chiudiamo, per ora, con due interventi curiosi e giocosi, due sfondamenti prospettici tra i cartongessi di Armory: il primo, da Pierogi, è una Pink Forest di Patrick Jacobs che con resina, plastica, legno, tessuto e neon, sembra quasi farci entrare in un diorama, mentre da Paul Kasmin Roxy Pain ci conduce in una Meeting Room con tanto di neon al soffitto. Spiazzante. Peccato che, in entrambi i casi, la percezione sia un poco quella del presepe. By the way, poteva andare peggio.
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