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New York Art Week/5. Carolee Schneemann al PS1, senza compromessi

di - 9 Marzo 2018
Alla Biennale Arte 2017 ha vinto il Leone d’Oro alla Carriera e ora New York gli dedica una mostra degna di nota, nella sede del MOMA al Queens, ovvero al PS1. Parliamo di Carolee Schneemann, classe 1939, considerata non a torto una delle pioniere delle Avanguardie del ‘900.
Una carriera iniziata come pittrice, alla fine degli anni ’50, sulla scia di quell’Espressionismo Astratto che tanto all’epoca era presente nella cultura americana. Una corrente prettamente maschile, alla quale Carolee si inizierà ben presto a ribellare, introducendo nell’opera non solo il colore, il gesto, la pittura insomma, ma il suo corpo nudo, in una escalation di pratiche performative che hanno avuto, come filo conduttore, l’abbattimento delle barriere, la denuncia dei tabù, l’indagine di come i mass media abbiano trattato le immagini legate alla violenza, in un corpus di lavoro che ha reso sperimentali i mezzi tradizionali dell’arte.
Nella sinossi della mostra, si parla della Schneemann come di un’artista senza compromessi, che in oltre cinquant’anni di carriera, infatti, è stata in grado di superare confini, di attraversare linguaggi, di essere precisa e allo stesso tempo sagace, minando con i mezzi dell’arte le convenzioni legate anche alla femminilità. È del 1969 e prosegue fino al 1975, una catalogazione, Sexual Parameters, dei rapporti sessuali dell’artista, divisi schematicamente per anno e per una serie dettagliatissima delle caratteristiche degli amanti (iniziali, nazionalità, dimensioni, approccio, trasporto durante l’amplesso, verbalità prima e dopo l’amplesso e anche durante e così via) con uno schedario concettuale per interferire con l’idea dell’amore “in rosa” legato all’idea di femmineo.
Ma Schneemann, nella sua lunga carriera, ha toccato anche altri temi scottanti, come la morte, per Mortal Coils, un’installazione che occupa un’intera stanza e che omaggia, in maniera lirica, i suoi amici morti nell’arco di due anni, tra il ’92 e il ’94: John Cage, Derek Jarman, Joe Jones, Marjorie Keller, Peter Moore, Charlotte Moorman, Frank Pileggi, David Rattray, Paul Sharits, Hannah Wilke. Sono immagini di volti che scorrono alle pareti, corpi, necrologi pubblici e una serie di corde che si arrotolano lentamente nella sabbia animano l’ambiente buio. Difficile non provare una stretta o un sobbalzo. E poi, ancora, le documentazioni delle celebri azioni come Interior Scroll o del rito erotico/estatico che è Meat Joy o, ancora, Kitch’s Last Meal. Assolutamente da vedere, al secondo piano, More Wrong Things, del 2000, videoinstallazione ambientale che, nei piccoli schermi, mostra – come dicevamo poco sopra – la violenza mediata dai media, associando a immagini di botte, rastrellamenti, sparatorie e telegiornali, spezzoni di film porno e distillati di vita personale, strizzando l’occhio al gossip.
Un’occasione unica, se siete nella Grande Mela, per avvicinare (o scoprire) un lavoro che non ha accennato a flessioni e che, nel corso di questi decenni, ha mantenuta viva la sua complessità e il suo essere “uncompromised”.

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