Vi ricordate il Goldin-gate al comune di Treviso? Beh, dopo settimane di balletti pro e contro, Marco Goldin se ne va, abbandona il campo, o almeno così sembra.
Confermata oggi, dallo studio del suo avvocato a Padova, la decisione nasce dalla presa d’atto delle incertezze del Comune in proposito e, probabilmente, vista l’atmosfera non serena e in parte ostile cresciuta a Treviso con l’evolversi della faccenda.
A questo si aggiunge che il Comune ha titubato sulla clausola della penale da 3 miliardi di euro chiesta da Goldin come garanzia che la mostra si sarebbe fatta.
Goldin però non ci sta a passare per il guastafeste di turno, e spiega le sue ragioni: “Non sono cattivo, è che mi disegnano così” sembra quasi dire Goldin à la Jessica Rabbit, mentre snocciola le mirabilia che aveva in serbo per la comunità trevigiana, e alle quali si dovrà ora rinunciare per sempre, per colpa di contestatori irriconoscenti e ingrati.
Effettivamente si tratta di otto mostre, apparentemente programmate con la giusta attenzione al patrimonio trevigiano, e alla valorizzazione di alcuni pezzi forti delle collezioni di Treviso – come gli affreschi di Sant’Orsola, o le opere degli artisti locali Gino Rossi e Arturo Martini (nella foto La Convalescente), cui sarebbero state dedicate delle monografiche – con il coinvolgimento di musei e funzionari locali – si parla del Museo Bailo (in riapertura), della curatrice delle raccolte museali Maria Elisabetta Gerhardinger e di Emilio Lippi dirigente del settore biblioteche e musei del comune.
Ci risiamo. L’attenzione si concentra sulla diatriba Goldin sì – Goldin no, c’è anche chi dice «Tranquilli, che un altro fabbrica-mostre si trova!». E c’è anche chi brinda allo scampato pericolo di un Goldin che ti si piazza a casa e poi chissà quando se ne va.
E ovviamente, in tanto rumore, si perde la messa a fuoco sul punto principale della questione. E tutti i bei discorsi sul fare un piano culturale di ampio respiro che rilanci il patrimonio trevigiano nel tempo(e non faccia solo per una stagione sorridere ristoratori e albergatori) sembrano essere andati alle ortiche.
Eppure la possibilità c’era. C’è ancora. Basta dare una scorsa alla lettera di ICOM Italia al Sindaco Manildo il 19 febbraio scorso (consultabile sulla pagina Facebook “Museo Santa Caterina Bene comune”), con cui l’International Council of Museums italiano offre al Comune di Treviso le proprie competenze e la propria disponibilità per preparare una strategia culturale più ampia, al fine di valorizzare le strutture museali della città.
È un’alternativa che forse varrebbe la pena di sondare, e che potrebbe aprire nuove possibilità di collaborazione tra diverse eccellenze, in un modo inedito e, almeno sulla carta, molto fertile. E che magari potrebbe sul lungo termine fare la sorpresa di portare numeri grandi come quelli di Goldin, forse anche di più, chissà. Ma in modo più sano. (Mario Finazzi)