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Perché disegno e non vado a passeggiare. Giulio Paolini sulla sua nuova mostra parigina

di - 18 Marzo 2019
La galleria Marian Goodman presenta un nuovo gruppo di opere di Giulio Paolini, tra quadri, installazioni e fotografie in dialogo con il tempo e la storia, passando per la letteratura e la storia dell’arte. La mostra si disloca lungo gli spazi della sede parigina della galleria, dove troviamo In volo, un’installazione dedicata alle figure mitologiche di Icaro e di Ganimede. Una scultura, ispirata all’opera di Benvenuto Cellini ma privata dei suoi attributi tradizionali, tiene in mano ali dorate, mentre a pavimento si trova una riproduzione di Icaro, preso dal dipinto del fiammingo Jacob Peter Gowy, posta accanto a una cartografia frammentata del cielo, un globo celeste e una lampada di Wood.
Il resto della mostra, in un’atmosfera meno intima e personale, vede un bel trittico di opere murali, realizzate tra il 2018 e il 2019, intitolate L’arte di non esserci, Retroscena (Una rosa amarilla) e Caduta Libera (suicida felice). Presentate al pianterreno, immerse in una bella luce naturale, queste opere si leggono come una sorta di narrazione visiva intorno ai rapporti dell’artista con il suo lavoro. Si vede una figura maschile rappresentata di spalle, che prima precipita nel vuoto a testa in giù, poi è nascosta da una serie di disegni dai motivi geometrici, e infine osserva il retro di un quadro, mentre in basso primeggia una rosa gialla, che “simboleggia la verità manifestata improvvisamente al creatore”.
Il senso di questa bella mise en scène, ce lo racconta Giulio Paolini. «Cosa ci spinge a fare un quadro e perché mostrarlo? Dato il rapporto sempre più inesistente che ho con il mondo reale, e quest’assenza di toccare le cose, la conseguenza è quella di consacrarsi a una dimensione di estraneità, lontana da quella che percepiamo ogni giorno», ha asserito, in un buon francese, l’artista, che di tanto in tanto viene interrotto da ammiratori e amici presenti al vernissage. «Ci sono coordinate che guidano da sempre il mio lavoro, queste sono sempre meno riferibili alla realtà ma sempre più a una dimensione immaginaria, ma non nel senso di fantasiosa, ma problematica. Mi chiedo perché non vado a passeggiare e resto bloccato nel mio atelier a immaginare giardini che posso disegnare, ma che non trovo fuori? Il giardino personale e immaginario è la consolazione ma anche un’ispirazione a cercare una ragione di stare in questo mondo. L’arte è una dimensione alternativa alla realtà. Il campo di visione dell’autore non deve coincidere con quello della realtà, intesa questa come complesso di problematiche, ma anzi cercare di prendere delle distanze, senza gratuità ma con una coerenza, per costruire un linguaggio autonomo, diverso da quello pratico. L’arte non è utile!», conclude.
Aperta fino all’11 maggio, una mostra decisamente da non perdere, per chi decide di fare un salto a Parigi. (Livia De Leoni)

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