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“Privare immagini depravate”, ovvero come politica, sesso, suoni diventano riflessione. In una performance corale a Palazzetto Tito a Venezia

di - 9 Luglio 2016
DEPRIVE DEPRAVED IMAGES è il titolo della performance visivo-sonora di Marco Barotti, Alexander Darkish e g. olmo stuppia, curata da Giada Biaggi, a Palazzetto Tito a Venezia.
Attraverso l’utilizzo di immagini e suoni “decontestualizzati” gli artisti hanno creato uno spazio d’incontro dove questi “ritagli” si  sovrappongono in un dialogo aperto con lo spazio dalle bianche pareti lignee di Palazzetto Tito e il suo pubblico.
La narrativa ricreata durante la performance è svelata dal gioco di parole del titolo, traducibile come “PRIVARE IMMAGINI DEPRAVATE”. Difatti, è grazie alla privazione del contesto in cui le immagini e i suoni vengono prodotti e consumati che è possibile iniziare un percorso di riflessione critica su di essi e sull’en tour circostante.
g. olmo stuppia raccoglie frammenti video tratti da numerosi lungometraggi, programmi televisivi e videogames, assemblandoli in un film dove le tematiche dominanti della nostra società, inerenti la politica e la guerra, vengono private del loro contesto mediatico diventando immagini mute disperse in un ironico e fiabesco mondo kitsch.
Alexander Darkish sviluppa invece un processo di ricerca musicale che cerca di ripercorrere la storia delle colonne sonore pornografiche dalla Golden Age ai giorni d’oggi. L’artista presenta infatti un mix di brani tratti da film di epoche diverse, liberando l’elemento musicale dall’immagine, dotandolo così di un’identità propria e caratteristica. Darkish in un’intervista a Bruce LaBruce, noto regista canadese criticato più volte per le sue ricerche ossessive inerenti ai tabù sessuali contemporanei, cerca di capire il motivo per cui nella pornografia si sia passati da accattivanti colonne sonore come quelle dei porno chic della Golden Age, al quasi totale silenzio presente nei video su Redtube oggi. LaBruce svela questa tendenza non tanto sintomatica di una nuova poetica pornografica, quanto piuttosto legata alle problematiche dei diritti di copyright, che spesso non vengono concessi dai musicisti ai registi del genere, aprendo così un’ulteriore area di riflessione.
Infine, Marco Barotti interviene nello spazio per mezzo di un’improvvisazione acustica, dove suoni campionati dall’ambiente sono reinterpretati digitalmente grazie a degli effetti analogici tattili legati all’utilizzo di un sintetizzatore modulare. L’intervento dell’artista rende scultura il suono: le vibrazioni saturano l’aria annichilendo il brusio. Basse frequenze abbracciano l’ambiente e il pubblico che, come ammaliati, sono trasportati in un mondo altro dal tempo differito.
Nonostante agiscano su piani e linguaggi differenti, i tre artisti sono accomunati dall’idea di DJing per cui il materiale utilizzato viene mixato creando una sorta di collage dove elementi  tra loro diversi si accostano creando qualcosa di nuovo. Tutti operano per mezzo dell’elaborazione di immagini, musiche o suoni già esistenti formulando secondo una poetica post-moderna una visione attuale della nostra epoca. Siamo infatti giornalmente circondati e assillati da un overload informativo che satura il nostro immaginario svuotandolo lentamente di senso e di concretezza. È possibile interpretare la stratificazione di questi tre lavori come una visione irreale della realtà. Ciò che è normalmente percepito come reale poiché finito è disgregato nelle sue componenti primarie: ritagli di video, di canzoni e di suoni. La decontestualizzazione così generata mostra la debolezza e la fragilità di questi frammenti che svelano gli spettacoli che costituiscono il presente e riempiono la nostra vita. Politica, sesso, suoni diventano così una sorta di rumore di fondo privo di senso e irreale: una meta narrazione che svela il paradosso che regge le deboli fondamenta delle forme neoliberali proprie al contemporaneo.
La visione ricreata dagli artisti ricorda uno grandi romanzi distopici del XX secolo, “Il mondo nuovo” di Aldous Huxley, che, anche se mai espressamente citato, presenta delle tematiche interconnesse alla performance DEPRIVE DEPRAVED IMAGES. Infatti, la banalità del nostro interesse verso il mondo concreto e reale è tale da non permetterci di capire come le frivolezze di cui si compone ci governano, rendendoci schiavi della nostra irrefrenabile ricerca edonistica. Non è quindi un caso che fonte di ispirazione prima degli artisti sia legata ai pensieri dei filosofi Herbert Marcuse e Alain Badiou. Difatti, se Marcuse vede nell’immaginazione l’unica via d’uscita per trascendere e osservare criticamente la società che ci circonda, Badiou considera la conquista dell’irreale come atto fondante per la salvaguardia della nostra stessa realtà. (Costanza Sartoris)

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