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Qui Los Angeles/8. La fondazione Marciano porta Ai Weiwei per la prima volta sulla West Coast

di - 16 Febbraio 2019
Tra qualche mese compirà due anni la Marciano Art Foundation, nel suo spettacolare edificio di Wildshire Boulevard. Per chi non lo sapesse: i fratelli Marciano, Paul e Maurice, sono stati i fondatori nei primi anni ’80 del marchio Guess e dallo stesso periodo sono anche collezionisti. Ufficialmente la loro fondazione è nata nel 2013, anche se è con l’ex tempio che fu anche teatro di riti massonici, acquistato per 8 milioni di dollari, che i fratelli hanno deciso di mostrare la loro forza.
E infatti, anche qui, i muscoli non mancano. Tanto che in fondazione c’è la prima mostra ufficiale e personale di Ai Weiwei a Los Angeles. Si intitola “Life Cycle” e, oltre a vedere l’ultima declinazione dell’artista in fatto di problema dei rifugiati, con un immenso gommone fatto di bambù sovrastato da una batteria di animali mitologici a loro volta di legno e seta, si possono ritrovare anche le 49 tonnellate di semi di girasole in ceramica che erano state ospitate dalla Turbine Hall londinese e che qui, in questo edificio che – se ci si pensa – mette un po’ i brividi, fanno un affetto ben più potente rispetto alle figure che solcano i mari, a cui sono affibbiate frasi raccolte dagli antichi filosofi greci. Pleonastico. Ma d’altronde siamo sempre negli Stati Uniti.
Il resto della collezione, come il resto dell’edificio, è a dir poco esuberante e oltre ai grandi classici come Yayoi Kusama, Ugo Rondinone, Urs Fischer e tutta una sezione di artisti californiani (nativi o trasferiti all’ombra delle palme di Hollywood) come Raymond Pettibon, Charles Ray, Mike Kelley, Sterling Ruby e ovviamente Ed Ruscha, il nostro “chapeau” va alla sala dedicata a Catherine Opie.
La grande fotografa nata in Ohio, studi in California e attualmente rappresentata da Regen Project, è presente con due serie che, tra l’altro, raccontano perfettamente cosa significa trovarsi di fronte all’incredibile Los Angeles nel tentativo di abbracciarla per comprenderla.
Nella Freeway Series degli anni ’90, Opie, sul far del giorno e durante i week end, per annullare quasi totalmente la presenza di automobilisti, si mette a fotografare le superstrade della California del Sud, mostri che hanno cambiato per sempre il paesaggio naturale e che allo stesso tempo sono diventate vere icone, parte dello stesso “skyline piatto” di L.A. Poi la fotografa le mette insieme, una quarantina, su un formato ridottissimo, grande meno di una vecchia cartolina e concede loro lo status di sembrare aggraziate geometrie curvilinee. Di un futuro distopico che è già arrivato ma anche in questo caso si è trasformato in poesia.
E poi, a proposito di stelle, ecco Liza Minelli: Opie nel 2010 e 2011, per circa 6 mesi, ha avuto accesso alla casa dell’attrice a Bel Air, al numero 700 di Nimes Road, che dà anche il titolo alla serie. Ecco che anche in questo caso, molto in “L.A. way”, si scoprono due Liz: l’attrice e la donna, ma solo attraverso i suoi effetti personali. Mai Opie la incontrerà e mai la fotograferà di persona, nei 3mila scatti che l’artista aveva realizzato per misurare una relazione “con ciò che è umano”.
Che a volte, da queste parti, sembra sfuggire. (mb)

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