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Roma: al Colosseo, Medea 2.0. Una danza scomposta e folle. E memorabile

di - 14 Luglio 2015
I secolo d.C., sotto le arcate dell’anfiteatro Flavio andava in scena la damnatio ad bestiam, la lotta dei gladiatori. Al Colosseo, luogo tragico per eccellenza, una volta lo spettacolo più cruento si dava all’hora septima (mezzogiorno).
Adesso però, nel XXI secolo d.C., il luogo è lo stesso ma l’appuntamento è alle 21.00 (secunda vigilia noctis). In scena va la tragedia di Medea, in una versione moderna e originale del regista Paolo Magelli, primo spettacolo della riapertura dell’arena.
Si inaugura in bellezza (tragica) una nuova stagione per il Colosseo come luogo di spettacolo. Il progetto, promosso dalla Soprintendenza Speciale per il Colosseo, il Museo Nazionale Romano e l’Area archeologica di Roma, approderà anche in tv su Rai5.
E chissà come risponderà il popolo romano. Ancora assettato di sangue e vendetta? Grazie agli dei è solo una messa in scena e persino smorzata nei toni drammatici.
Pathos e crimini si, ma un coro anni ’50 che danza con cappelli e guanti di velluto, interviene per alleggerire lo spettacolo.
Il set è impressionante e la rivisitazione drammatica e frizzante insieme, vede una eccezionale interpretazione della Benci, del coro, voce della collettività, i cui lamenti e imprecazioni, si rifrangono sul tufo del teatro.
Luci e fumi, sotterranei e croci del luogo, rendono l’atmosfera ancora più tragica per la storia di una donna che ripudiata uccide i figli per vendetta.
Figura quanto mai contemporanea non reclama più i figli per sé, quei figli, un tempo espressione e consolidamento del vincolo matrimoniale. Sono ora, luogo privilegiato della vendetta per un rovesciamento totale del ruolo di madre, che si riappropria del ventre materno, utero che “ha partorito la vendetta”.
La fine non è imprevedibile, come sempre nelle tragedie greche, Medea, in un’immagine memorabile, finisce come bersaglio del coro che la punisce con secchi di cenere.
C’è ancora tempo, stasera e domani, per assistere allo spettacolo dentro un monumento, patrimonio dell’umanità. Come umana, troppo umana è questa donna folle. (Anna de Fazio Siciliano)

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